4 Film che non stanno al loro posto

Erica Piatti

10/3/20265 min read

Partecipare a numerosi festival rappresenta per noi un modo per ampliare la nostra filmografia, ma anche per entrare in contatto con sguardi cinematografici differenti. Oggi, infatti, andare a un festival non significa semplicemente recarsi in un luogo e assistere alla proiezione di alcuni film: i festival sono spazi di scoperta fondamentali per costruire uno sguardo consapevole sul cinema contemporaneo.

In un momento in cui l'accesso ai film è sempre più immediato e frammentato attraverso le piattaforme digitali, il festival restituisce al cinema una dimensione collettiva e materica. Vedere un film diventa un'esperienza condivisa dove emerge il lato più umano del cinema: incontrare gli autori, confrontarsi con altri spettatori e professionisti e collocare ogni opera all'interno di un contesto specifico. Proprio questa possibilità di incontro e di dialogo rende l'esperienza festivaliera un momento prezioso di crescita, sia personale sia professionale, e uno strumento per arricchire continuamente il nostro modo di guardare e comprendere il cinema.

Abbiamo partecipato a numerosi festival durante questa estate: festival diversi per storia, dimensione e vocazione, capaci di restituire ogni volta un'idea diversa di cinema.

Per il nostro diario di bordo della stagione festivaliera estiva 2026 abbiamo scelto di concentrarci su quattro appuntamenti: Bologna, Lago, Locarno e Venezia.

Quattro città profondamente diverse, quattro festival con scopi differenti e, di conseguenza, quattro esperienze cinematografiche molto diverse tra loro. Attraversarli significa anche confrontarsi con modi differenti di vivere e raccontare il cinema.

Proviamo quindi a fare chiarezza e a ripercorrere questo viaggio attraverso quattro tappe, per capire cosa ci hanno lasciato e quali sguardi sul cinema contemporaneo ci hanno permesso di incontrare.

Per quanto mi riguarda, questa estate è stata ricchissima di incontri. Mi piacerebbe quindi condividere con voi alcuni degli highlights di questa stagione festivaliera: quei film che, più di altri, sono rimasti impressi nella memoria.

Perché partecipare a un festival significa vedere tanti, tantissimi film. Forse anche troppi? Tra concorsi, retrospettive, sezioni parallele e proiezioni da recuperare, le visioni si accumulano velocemente. Eppure, in mezzo a questa abbondanza, ci sono film che riescono a farsi spazio e tornare a galla anche a distanza di settimane.

Ed è proprio da questi film e da queste esperienze che vorrei partire.

Cominciamo dal festival del Cinema Ritrovato a Bologna con Felices Pascuas (1954) di Juan Antonio Bardem, dove vediamo una coppia vincere alla lotteria di Natale un agnello, destinato a diventare il pranzo delle feste. Quello che sembra essere un semplice premio, però, finisce presto per entrare a far parte della famiglia, mettendo in discussione tradizioni e facendo emergere tutte le contraddizioni della società spagnola dell'epoca.

È proprio attraverso questa piccola e apparentemente innocua storia che Bardem costruisce una commedia capace di osservare con ironia le convenzioni sociali e familiari della Spagna franchista. L'agnello, inizialmente percepito come una semplice merce, come qualcosa da consumare, acquista progressivamente un'identità e un valore affettivo: da oggetto diventa individuo, da alimento diventa affetto.

Questa trasformazione introduce una forte crepa nell'ordine delle cose. Ciò che sembrava naturale e stabilito improvvisamente non lo è più. La presenza dell'animale costringe i personaggi a confrontarsi con le proprie contraddizioni e con le pressioni esercitate dall'ambiente che li circonda. Dietro al tono leggero della commedia natalizia, Felices Pascuas riflette sulle piccole crepe che costringono ogni individuo a confrontarsi con le proprie convinzioni.

Cambiamo proprio registro, parlando del corto che più mi è rimasto impresso a Revine Lago: il cortometraggio The Pørnøgraphər (2025) del collettivo HARIEL (Pietro Lafiandra, Flavio Pizzorno e Andrea Rossini). Cortometraggio all’avanguardia, dove il corpo, il desiderio e lo sguardo pornografico vengono esplorati giocando con l'assenza dei volti e con la difficoltà di separare l'identità di una persona dal suo corpo.

L'esperienza stessa di visione è una esperienza di rottura: il corpo, normalmente legato a un'identità precisa e riconoscibile, viene separato dalla sua idea di carnalità e all'idea di persona, diventando un'immagine da guardare, desiderare ma anche rifiutare; diventa una sfida costante tra la pulsione e il disagio.

Il film mette così in discussione il nostro modo di osservare gli altri e il processo attraverso cui trasformiamo un corpo in un'immagine. A rendere ancora più radicale questa riflessione è il fatto che l'opera sia stata realizzata interamente attraverso il prompting. Le immagini generate dall'intelligenza artificiale non rimandano più a un corpo o a un soggetto realmente esistito: sono immagini senza un referente. Anche le deformazioni e le imperfezioni tipiche delle immagini generate dall'intelligenza artificiale non vengono nascoste o corrette, ma vengono al contrario ostentate e trasformate in materiale estetico. È proprio nell'alterazione del corpo e nella sua perdita di riconoscibilità che il film costruisce il proprio sguardo e ci interroga sui nostri gusti, mettendo in risalto la nostra curiosità rispetto a qualcosa di affascinante ma allo stesso tempo disturbante.

Sulle sponde del Lago Maggiore, The House on the Moon (2026) di Nelson Yeo ha tracciato una vera e propria scheggia. Una rilettura fantastica del mito cinese di Chang'e, la donna che vive sulla Luna, che utilizza il viaggio verso un luogo impossibile per interrogarsi sull'identità e sulla possibilità di costruire un destino diverso da quello che ci è stato assegnato.

In The House on the Moon il conflitto personale entra in una dimensione cosmica e mitologica. La protagonista appartiene a un racconto antico in cui il suo destino sembra essere già stato scritto. Yeo interviene proprio su questa idea di destino, immaginando cosa possa accadere quando un personaggio decide di cercare qualcosa che non era previsto per lui: una possibilità di esistenza autonoma.

Il mito diventa allora uno spazio da riscrivere. Non più una storia immutabile, ma un racconto che può essere modificato per raccontare la propria storia. È in questo piccolo gesto di rottura che il film trova la sua forza, riuscendo ad immaginare un'altra strada anche quando tutto sembra già scritto.

Concludendo questa breve rassegna nella nostra bellissima città sull'acqua, il film che vorrei raccontarvi è Big Little Things (2026) di Huangyan Shenghuo. Una giovane donna torna a confrontarsi con la propria famiglia e con la propria identità, facendo emergere tensioni legate all'appartenenza e alle aspettative familiari. Un racconto intimo che mette al centro la possibilità di essere se stessi senza dover necessariamente rinunciare ai legami con gli altri.

In Big Little Things ciò che viene messo in discussione è un ordine fatto di aspettative su chi dovremmo essere e sul ruolo che dovremmo occupare all'interno della famiglia. La ricerca di un'identità autonoma si scontra con il bisogno, altrettanto profondo, di continuare a sentirsi parte di qualcosa.

Il film evita però di trasformare questa tensione in una scelta netta tra libertà e appartenenza. Grazie ad una delicata regia, Shenghuo ricerca uno spazio intermedio in cui affermare se stessi senza dover recidere i legami con gli altri. Una ricerca di equilibrio che passa proprio attraverso la possibilità di ridefinire il significato stesso di famiglia.

I quattro film incontrati durante i festival sembrano, a prima vista, lontanissimi tra loro per epoca, linguaggio e universo narrativo. Eppure, attraversandoli, emerge una tensione comune: quella verso la rottura di un ordine prestabilito, verso la possibilità di sottrarsi al ruolo che ci è stato assegnato.

Forse è proprio questo il valore più prezioso dei festival: mettere in relazione film lontani per epoca, linguaggio e immaginario, lasciando che siano le loro differenze a generare nuove domande.

A Bologna, a Lago, a Locarno e a Venezia, quattro storie profondamente diverse hanno finito per incontrarsi attorno alla stessa tensione: quella di chi prova a sottrarsi al ruolo che gli è stato assegnato e a immaginare, anche solo per un momento, una possibilità diversa.
Ed è forse proprio qui che il cinema continua a trovare la sua forza: aprire uno spazio in cui poter immaginare altre possibilità.