Come si dice Gioia mia?

Elena Sofia Zaccone

7/30/20263 min read

Da bambini l'estate ha una qualità di tempo sospeso che nell'età adulta si perde: la scuola finita segna la fine del tempo produttivo, e prima che ricominci si apre una terra di nessuno fatta di noia e attesa. La prateria dei giorni dopo i primi di giugno porta con sé la sensazione di cose nuove, mentre settembre promette già nuove trasformazioni.

È dentro questa sospensione che Spampinato inserisce Nico, bambino romano di dieci anni spedito in Sicilia per l'estate perché Violetta, la babysitter che lo ha cresciuto, si sposa — e con lei finisce anche l'infanzia più protetta. Il titolo, Gioia mia, è il modo in cui in Sicilia si chiamano le persone care, ma è anche, fin dal principio, la distanza tra un modo di dire e chi non lo capisce ancora.

Nico atterra in una corte popolata da signore anziane in prendisole e bambini che giocano nel cortile interno, senza wifi né condizionatore, dove forse si aggira uno spirito inquieto che sembra non fare paura a nessuno. È ospite di Gela distinta signora nubile, sua lontana parente, che non fa nulla per adattarsi alle sue abitudini: mette in tavola piatti che non conosce, gli insegna a dire la preghiera prima di mangiare. "E come deve andare? Mi hai spedito nel Medioevo", dice Nico al telefono alla madre, ma è proprio questo urto a impedirgli di chiudersi in casa a pensare alla sua amatissima Violetta. A tirarlo fuori è il gruppo di ragazzini che popola il palazzo, capitanato da Rosa: è lei a spronarlo alle prime marachelle come intrufolarsi negli appartamenti disabitati e a impedire che l'estate si riduca a un'ombra, con Nico sempre incollato a Gela come un cagnolino.

Girato a Trapani, il film si svolge quasi interamente in un appartamento fermo al Novecento: l'unico telefono bianco della SIP in corridoio; crocifissi, santini, madonne; porte che si aprono, si chiudono, si sbarrano; tende bianche che si tendono al vento caldo, mentre la luce laterale ed estiva filtra da tende e tapparelle e avvolge i personaggi. Lontano dallo stilema di un Sud ridanciano e accogliente fino allo stremo, quella che racconta Spampinato sembra una Sicilia più vera, più dura ma anche più poetica, misurata invece che sguaiata, come i dolcetti che le nonne portano a Gela per curarle il mal d'amore, offerti con riserbo, davanti a una porta chiusa.

In questa casa ferma nel tempo, quello che separa Nico e Gela, guardato più da vicino, finisce per assomigliare a quello che li avvicina. Lui è connesso al mondo lasciato a Roma attraverso il cellulare da cui non si stacca mai; lei ha i suoi posti fissi: la chiesa, le amiche del palazzo, il burraco con le amiche dell'Azione Cattolica, non guarda la tv ma legge il giornale, e possiede un solo telefono fisso. Il tempo per lei quasi si è fermato in un punto preciso, in attesa; per Nico, invece, il tempo è altrove. Ed entrambi portano addosso un rapporto interrotto bruscamente: Nico con Violetta; Gela con un amore spezzato dalle maldicenze, ed è in questa ferita comune, più che nella differenza, che i due tempi arrivano piano a toccarsi e a conoscersi.

A sostenere la prova dei due protagonisti c'è il casting delle signore del palazzo e dei bambini della compagnia, nessuno attore di professione, che accompagna la recitazione con naturalezza. Marco Fiore tiene testa a una partner tutt'altro che facile: Aurora Quattrocchi, mezzo secolo abbondante di palcoscenico alle spalle, si sente tutta in Gela, nel modo in cui tiene un silenzio prima di rispondere o lascia cadere una battuta senza cercarne l'effetto. Questo ruolo, infatti, le è valso sia il Pardo per la migliore interpretazione femminile a Locarno 2025 sia il David di Donatello 2026 come migliore attrice protagonista, mentre a Margherita Spampinato è andato quello per il miglior esordio alla regia.

Gioia mia è un film che, finendo, lascia una scia luminosa e buona che odora di lenzuola pulite nei cassetti di vecchio legno di una nonna. Sedimenta piano il ricordo di estati passate ad annoiarsi nel caldo della controra, quando le giornate potevano portare in dono qualunque cosa: vecchi segreti, storie di spiriti e gioie improvvise.