DogMan. La tensione tra umano e non umano ai margini della città


In una città americana anonima, grigia, liminare Luc Besson ambienta DogMan, l’opera con cui il regista approda all’80° edizione del Festival cinematografico di Venezia nel 2023. Nell’atmosfera urbana degradata, dominata da toni freddi e metallici, si apre un varco: il microcosmo abitato da Douglas (Caleb Landry Jones) e dai suoi cani. Fin dalla prima inquadratura il protagonista si staglia davanti allo spettatore nella sua natura scomposta e dissonante, la cui presenza scenica, fisica ed emotiva, occupa e satura ogni sequenza.
Nel mezzo della notte, Doug è alla guida di un furgone carico di cani, quando viene fermato dalla polizia per un controllo. Indossa un singolare abito rosa, gioielli e una parrucca bionda che richiama un’iconica femminilità hollywoodiana emulata e deformata contemporaneamente.
Condotto e rinchiuso entro lo spazio asettico della centrale di polizia, il protagonista rivolge alla psichiatra incaricata del caso (Jonica T. Gibbs) una graduale e distesa confessione che, attraverso continui flashback, ricostruisce il quadro degli eventi e scandisce l’intero film.
Questa cornice delimita l’architettura narrativa e racchiude la parabola del protagonista, che si sviluppa secondo un principio di deformazione rispetto alla norma da cui è stato rigettato. Doug è paraplegico in seguito a un’infanzia di violenze e abusi.
Marginalizzato all’interno del nucleo familiare, viene rinchiuso in una gabbia insieme ai cani dal padre e abbandonato dalla madre. Rimane in uno stato di totale degrado per un tempo indefinito, finché non viene ritrovato dalla polizia e poi affidato ai servizi sociali.
Da qui si delinea la traiettoria di un’esistenza condannata da un passato traumatico a un futuro di estraneità. Douglas è un personaggio che non si incastra nelle dinamiche normate: è inclassificabile, indefinibile entro la società “umana” e per questo vi si colloca ai margini. La sua immagine riflette una realtà sociale violenta e degradante che stigmatizza il diverso come bestiale o folle.
Ed è proprio in questi margini urbani, sociali e culturali che il protagonista trova una forma di umanità. Nel vecchio magazzino abbandonato dove vive con i suoi cani, addestrati a compiere scaltri furti in ricche abitazioni, in funzione di una “ridistribuzione delle ricchezze”, Doug costruisce una comunità alternativa.
I cani abitano una dimensione bestiale, non vengono antropomorfizzati; non sono loro ad avvicinarsi all’umano, ma è il protagonista a spostarsi verso la dimensione animale, trovando in essa un potenziale equilibrio, un modo “sereno” di stare, almeno temporaneamente.


Solo negli spazi eccentrici, decentrati Douglas riesce a muoversi e a forgiare un riflesso alternativo di sé, capace di sospendere il peso del proprio corpo.
Si tratta di una maschera che gradualmente costruisce e accosta al volto: un dispositivo espressivo che gli consente di dare voce alla propria interiorità e di separarsi dall’immagine fisica a cui è vincolato.
Così il protagonista, escluso da ogni dinamica relazionale consueta, trova una prima forma di espressione nella poesia e nel teatro durante l’adolescenza; poi nei brani e nei panni di Edith Piaf, Marlene Dietrich e Marilyn Monroe, che interpreta nel night club dove lavora come drag queen.
DogMan, attraverso una commistione di generi - commedia, azione, thriller - ma con un tono melodrammatico prevalente, riflette sulla stigmatizzazione di ciò che è deviante, di ciò che viene percepito come “mal funzionante” rispetto alla norma. Caleb Landry Jones incarna un personaggio fisicamente, esteticamente e socialmente incompatibile con l’idea di normalità, e per questo relegato ai confini.
La sua natura, impossibile da inserire entro precisi schemi, rimanda a radici profonde, connesse alla dimensione animale che il regista non si propone di antropomorfizzare, ma presenta nella sua autenticità. Besson non costruisce per Douglas un percorso di redenzione né una vendetta riparatrice che ne consenta il reintegro nell’ordine sociale. Lo mantiene, fino all’ultimo, in quella zona liminare tra ciò che è convenzionalmente considerato umano e non umano.
Proprio questa tensione si esplica nel finale.
Douglas muore nell’atto di camminare, di ergersi a bipede, quel gesto che tradizionalmente distingue l’umano dall’animale. Un movimento verso la norma che coincide, paradossalmente, con la fine.


In una città americana anonima, grigia, liminare Luc Besson ambienta DogMan, l’opera con cui il regista approda all’80° edizione del Festival cinematografico di Venezia nel 2023. Nell’atmosfera urbana degradata, dominata da toni freddi e metallici, si apre un varco: il microcosmo abitato da Douglas (Caleb Landry Jones) e dai suoi cani. Fin dalla prima inquadratura il protagonista si staglia davanti allo spettatore nella sua natura scomposta e dissonante, la cui presenza scenica, fisica ed emotiva, occupa e satura ogni sequenza.
Nel mezzo della notte, Doug è alla guida di un furgone carico di cani, quando viene fermato dalla polizia per un controllo. Indossa un singolare abito rosa, gioielli e una parrucca bionda che richiama un’iconica femminilità hollywoodiana emulata e deformata contemporaneamente.
Condotto e rinchiuso entro lo spazio asettico della centrale di polizia, il protagonista rivolge alla psichiatra incaricata del caso (Jonica T. Gibbs) una graduale e distesa confessione che, attraverso continui flashback, ricostruisce il quadro degli eventi e scandisce l’intero film.
Questa cornice delimita l’architettura narrativa e racchiude la parabola del protagonista, che si sviluppa secondo un principio di deformazione rispetto alla norma da cui è stato rigettato. Doug è paraplegico in seguito a un’infanzia di violenze e abusi.
Marginalizzato all’interno del nucleo familiare, viene rinchiuso in una gabbia insieme ai cani dal padre e abbandonato dalla madre. Rimane in uno stato di totale degrado per un tempo indefinito, finché non viene ritrovato dalla polizia e poi affidato ai servizi sociali.
Da qui si delinea la traiettoria di un’esistenza condannata da un passato traumatico a un futuro di estraneità. Douglas è un personaggio che non si incastra nelle dinamiche normate: è inclassificabile, indefinibile entro la società “umana” e per questo vi si colloca ai margini. La sua immagine riflette una realtà sociale violenta e degradante che stigmatizza il diverso come bestiale o folle.
Ed è proprio in questi margini urbani, sociali e culturali che il protagonista trova una forma di umanità. Nel vecchio magazzino abbandonato dove vive con i suoi cani, addestrati a compiere scaltri furti in ricche abitazioni, in funzione di una “ridistribuzione delle ricchezze”, Doug costruisce una comunità alternativa.
I cani abitano una dimensione bestiale, non vengono antropomorfizzati; non sono loro ad avvicinarsi all’umano, ma è il protagonista a spostarsi verso la dimensione animale, trovando in essa un potenziale equilibrio, un modo “sereno” di stare, almeno temporaneamente.


Solo negli spazi eccentrici, decentrati Douglas riesce a muoversi e a forgiare un riflesso alternativo di sé, capace di sospendere il peso del proprio corpo.
Si tratta di una maschera che gradualmente costruisce e accosta al volto: un dispositivo espressivo che gli consente di dare voce alla propria interiorità e di separarsi dall’immagine fisica a cui è vincolato.
Così il protagonista, escluso da ogni dinamica relazionale consueta, trova una prima forma di espressione nella poesia e nel teatro durante l’adolescenza; poi nei brani e nei panni di Edith Piaf, Marlene Dietrich e Marilyn Monroe, che interpreta nel night club dove lavora come drag queen.
DogMan, attraverso una commistione di generi - commedia, azione, thriller - ma con un tono melodrammatico prevalente, riflette sulla stigmatizzazione di ciò che è deviante, di ciò che viene percepito come “mal funzionante” rispetto alla norma. Caleb Landry Jones incarna un personaggio fisicamente, esteticamente e socialmente incompatibile con l’idea di normalità, e per questo relegato ai confini.
La sua natura, impossibile da inserire entro precisi schemi, rimanda a radici profonde, connesse alla dimensione animale che il regista non si propone di antropomorfizzare, ma presenta nella sua autenticità. Besson non costruisce per Douglas un percorso di redenzione né una vendetta riparatrice che ne consenta il reintegro nell’ordine sociale. Lo mantiene, fino all’ultimo, in quella zona liminare tra ciò che è convenzionalmente considerato umano e non umano.
Proprio questa tensione si esplica nel finale.
Douglas muore nell’atto di camminare, di ergersi a bipede, quel gesto che tradizionalmente distingue l’umano dall’animale. Un movimento verso la norma che coincide, paradossalmente, con la fine.
