Fjord: uno scontro di culture fra i fiordi Norvegesi.

Marco D'Agostino

10/28/20263 min read

È sulla calma dei fiordi che si apre la prima inquadratura di Fjord di Christian Mungiu, palma d'oro al festival di Cannes di quest'anno.
Nel film, però, nulla resta di quell'atmosfera docile che associamo al paesaggio Norvegese.
In una delle prime scene una valanga scende lentamente verso il villaggio, presagio di qualcosa che sta per rompere una quiete solo apparente.
Al centro del racconto due genitori, Mihai e Lisbet (interpretati rispettivamente da Sebastian Stan e da Renate Reinsve) che decidono di trasferirsi in Norvegia dalla Romania per tornare dalla famiglia di lei.
Al seguito i quattro figli, tutti di età diverse.

Frame da Fjord (2026)

Più volte, nelle scene più concitate in tribunale, viene ritratta dietro la finestra la bandiera Norvegese che sventola, una bordata ironica di Mungiu che, si faccia attenzione, non sta mettendo sotto accusa nessuno, piuttosto mette in luce la culture war che attanaglia il presente mostrando i modi in cui la società, oggi, si polarizza e si rinchiude in delle echo chamber in cui nessuno sembra disposto ad ascoltare l'altra parte.

"L'amore non ha confini" viene detto a Lisbet e Mihai, coppia composta da una donna di origine norvegese e un uomo di origine rumena.
Mungiu sembra dirci che non è così: l'amore, e l'umanità, hanno ancora oggi dei confini culturali insuperabili e una vera integrazione fra popoli è ben lontana.
Un film profondamente di sinistra (nel senso novecentesco del termine) Fjord, che per la sua particolare natura critica nei confronti sia di molta sinistra contemporanea che della destra, richiama da vicino un altro film che aveva messo in mostra il collasso di sistema ideologico del presente: After the Hunt di Luca Guadagnino.
Se in quel caso il conflitto politico si svolgeva con toni filosofico-sociali nelle stanze dell'alta borghesia universitaria qui la stessa questione viene mostrata dal punto di vista del popolo, sia di quel popolo di destra che oggi viene convinto dai suoi politici di riferimento che i problemi stiano in questioni assolutamente di poco conto rispetto al benessere della nazione (si pensi all'italia in cui l'elettorato di destra rivolge la sua rabbia di giorno in giorno contro qualcosa di diverso, istillato dai suoi inquietanti e grotteschi leader) sia del popolo di sinistra che non sa come rispondere a questa stato confusionale, avendo perso i mezzi ideologici che la sinistra possedeva nel secolo scorso.

Il risultato è una paralisi sociale ritratta da Mungiu con freddezza e distacco, ereditando la tradizione del miglior cinema realista europeo, quello della camera a mano e dell'inquadratura come verità.

È questo l'innesto da cui Mungiu costruisce un dramma dalla costruzione lenta.
In breve i genitori vengono accusati dalla comunità Norvegese (senza particolari certezze) di usare violenza fisica per l'educazione dei figli.
Ne parte un processo per cui i figli vengono in maniera preventiva sottratti ai genitori, l'iter legale lungo e faticoso dovrà indagare sul modus operandi dei due genitori e decidere che farne della custodia dei figli.
Le voci nel paesino corrono e i due rumeni vengono subito mal visti, indagati, profanati e privati della loro libertà personale in nome di un processo partito con pochissime (e incerte) prove.
Vengono messe sotto scrutinio i dogmi religiosi che i rumeni trasmettono ai figli, il modo di vivere la fede così pressante e opprimente: la libera e progressista comunità norvegese ha già deciso la colpevolezza dei due genitori ben prima che le accuse di violenza fisica vengano confermate.
Cosa ci sta raccontando Mungiu con questo dramma da camera alla luce del sole norvegese?
Grave errore sarebbe leggere il film come "schierato": ci si muove ben al di là della destra e della sinistra. I Norvegesi appaiono fin troppo detentori del sapere sul "come si vive" e accecati da un progressismo che sa in fondo di una diversa forma di conservatorimo ma non si pensi che Mungiu stia risparimando la famiglia Rumena.
La famiglia protagonista viene infatti ritratta come arretrata, rinchiusa in convinzioni ottocentesche che si mescolano fra stregoneria, folklorismo est-europeo e una totale chiusura mentale.
Se a questo si aggiunge loro la possibilità di avere uno smartphone in mano e urlare al "ridateci i nostri figli, difendiamo la famiglia tradizionale," richiamando al loro seguito una serie di pagliacceschi seguaci, ciò che può risultarne è solo una catastrofe culturale.

Frame da Fjord (2026)

Frame da Fjord (2026)