From Inside Out: Wenders dentro l’architettura di Zumthor


Non c’è l’urgenza del ritratto biografico, né la volontà di costruire un catalogo delle opere.
Zumthor rimane spesso ai margini dell’inquadratura, mentre sono gli ambienti a prendere la parola: la pietra, il legno, il cemento, l’acqua, il vetro e la luce diventano così i veri protagonisti di un film nel quale l’architettura non viene spiegata, ma osservata nel suo farsi percezione. È una prospettiva vicina a quella espressa da Zumthor nella sua poetica: il progetto non nasce da un’immagine astratta, ma da una memoria sensibile fatta di stanze, materiali, suoni, proporzioni, dettagli. Un’architettura può rimanere impressa non per la sua forma riconoscibile, ma per il modo in cui ci ha fatto sentire quando eravamo lì.
Wenders prende sul serio questa idea e la trasferisce nel cinema.
Alle Terme di Vals (1996) la pietra costruisce un paesaggio interno di acqua, penombra e temperatura; la Bruder Klaus Kapelle (2007) concentra la luce in un interno quasi primordiale, scavato nella materia; la nuova sede del museo d’arte di Colonia Kolumba (2007) mette in relazione il nuovo con le rovine, facendo della costruzione una forma di continuità con la memoria del luogo; al Kunsthaus di Bregenz (1997), infine, la luce attraversa il volume e modifica continuamente la percezione delle superfici.
Sono edifici molto diversi, ma accomunati da una stessa attenzione per ciò che accade tra corpo e ambiente.
Le architetture di Peter Zumthor non si esauriscono in ciò che vediamo, ma prendono forma nell’esperienza di attraversarle: nel passaggio da una stanza all’altra, nella temperatura della pietra, nel rumore dei passi, nella luce che cambia mentre ci si muove. Sono spazi che non chiedono soltanto di essere osservati, ma vissuti, e proprio per questo rappresentano una sfida per il cinema, che può mostrarli ma non farci realmente entrare in essi. È da questa tensione che nasce From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor, il documentario di Wim Wenders presentato alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, che, più che raccontare un architetto, si interroga su cosa accada a un luogo quando l’esperienza di attraversarlo viene trasformata in immagine. La risposta non arriva attraverso una teoria, ma attraverso il tempo.




Wenders, alla fine, non cerca di trasformare l’architettura in cinema, ma di scoprire ciò che i due linguaggi hanno in comune. Sia il regista che l’architetto costruiscono un’esperienza attraverso una successione: l’architettura organizza il movimento nello spazio, il cinema quello dello sguardo nel tempo. Entrambi stabiliscono soglie, aperture, pause e direzioni; entrambi chiedono a chi li attraversa di assumere una posizione. È qui che la distanza iniziale tra immagine e presenza diventa una possibilità di dialogo: l’architettura offre al cinema una materia che non può essere ridotta alla superficie; il cinema restituisce all’architettura una durata, un ritmo, una possibilità di attraversamento mentale.
From Inside Out trova così il suo senso più profondo non nel tentativo di sostituire l’esperienza di Zumthor, ma nel renderne sensibile l’assenza e, proprio attraverso quella mancanza, nel riaprire il desiderio di quei luoghi. Quando il film finisce, ciò che rimane non è la pretesa di aver visitato un edificio, ma la percezione di averne seguito una traccia. Ed è forse questo il punto in cui cinema e architettura si incontrano davvero: entrambi costruiscono luoghi che continuano a esistere dentro di noi anche dopo che li abbiamo attraversati. Uno lo fa con la materia e la luce, l’altro con immagini e tempo. In mezzo c’è lo spettatore, chiamato non soltanto a guardare, ma ad abitare ciò che vede.


La scelta di fare un film in 3D è molto importante perché la tecnica non serve solo a rendere le immagini più spettacolari, ma restituisce qualcosa della loro profondità fisica. La parete acquista spessore, il corridoio una distanza, una figura umana una funzione di misura.
La tridimensionalità rende visibile la relazione fra le cose e, soprattutto, introduce nello schermo la dimensione della distanza nello sguardo dello spettatore.
Come in Anselm (2023), il regista ha spesso incontrato altre arti senza trattarle come meri soggetti: le arti stesse diventano occasioni per mettere il cinema alla prova, per capire che cosa può accadere quando un linguaggio entra nel territorio di un altro. Con l’architettura la questione si fa ancora più complessa, perché non esiste una vera distanza tra noi e l’ambiente costruito: l’edificio ci circonda, condiziona il movimento, seleziona la luce, stabilisce prossimità e separazioni, lo viviamo prima ancora di poterlo contemplare. Forse è per questo che nel film le finestre assumono un valore particolare: sono aperture architettoniche, ma anche inquadrature naturali: selezionano un paesaggio, stabiliscono un dentro e un fuori, trasformano la realtà in campo visivo.
Per Wenders, lo schermo può mostrare l’architettura, ma non può restituire pienamente l’esperienza fisica di viverla: sono il tempo, la materia e i sensi a costruire il vero rapporto con lo spazio. From Inside Out trova così la sua forza nel non spiegare l’architettura, ma nell’usare Zumthor per riflettere sul nostro modo di guardare e percepire gli spazi; il 3D rende concreta la distanza tra spettatore e ambiente, trasformando la visione in un movimento senza spostamento e permettendo al cinema di farci intuire come un’architettura orienti lo sguardo, il movimento e l’attenzione.
