L’estranea: una discesa a spirale in un inferno di apparenza ed egoismo

Tommaso Di Pierro

10/11/20264 min read

A In Italia abbiamo sempre amato le storie familiari. Le viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle e non possiamo fare a meno di parlarne, di rievocarle, di sentirci parti attive di esse, e di esserne, a modo nostro, gli assoluti protagonisti. In L’estranea di Paolo Strippoli, presentato in concorso alla 83° Mostra del Cinema di Venezia, una famiglia borghese della “Bari bene”, che si è elevata, che “finalmente ce l’ha fatta”, secondo le parole del personaggio della madre Anna, interpretata da Jasmine Trinca, lentamente inizia a sfaldarsi e a contorcersi, come in una spirale, motivo cardine del film, di angoscia e di terrore che non può essere fermata: un vortice impetuoso e inarrestabile che assorbe ogni cosa e che al suo passaggio spazza via tutto, senza offrire una possibilità di salvezza, forse solo di cambiamento, o forse neanche quello…

Dietro l’inesorabile e progressivo incrinarsi di una famiglia “per bene”, che si accompagna per par condicio al farsi storico di un’Italia che dà avvisaglie di una crisi sociale sempre più imminente, si cela la misteriosa, hitchcockiana ed elegante figura mefistofelica dell’estranea, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi (anche qui il diavolo è femmina, anche se non veste Prada), che si presenta alla madre di famiglia Anna in momenti di tragico bisogno della sua vita e che ad ogni incontro la metterà alle strette con scelte sempre più difficili, tutte compiute da Anna per il bene dei suoi familiari, o semplicemente per salvare le apparenze di fronte all’élite sociale e influente del suo mondo?

“Tutto quello che ho fatto”, dice Anna alla figlia Alice, trasferitasi a Roma e allontanatasi dalla madre che non l’ha mai capita fino in fondo, “l’ho fatto per voi”. Senso di vera famiglia o ossessione disfunzionale per l’individualismo?

Il vero orrore in L’estranea di Strippoli non proviene da un male oscuro che abita un altrove, ma dalle famiglie che non si capiscono più, dall’egoismo celato dietro atti d’amore apparenti (Anna che proietta il suo sé sulla figlia, rivedendo in lei le possibilità che non ha mai avuto, e che vuole aprioristicamente che scelga la strada della recitazione che le era stata preclusa), dai drammi familiari pronti ad esplodere dietro la facciata del perbenismo, dalla falsa rispettabilità di fronte alla classe dominante, e dall’ostinata, barbara voglia di allontanare il male da sé per farlo confluire altrove (esattamente come nel precedente film di Strippoli, La valle dei sorrisi (2025)).

Il crollo della famiglia di Anna assurge ad esempio esasperato ed estremizzante del crollo di molte famiglie di oggi, dove conta solo l’apparenza e il generare invidia negli altri, mentre la sostanza, l’amore, l’affetto, si ritagliano pochissimi spazi, fuochi fatui schiacciati da un egocentrismo imperante che imprigiona in un vortice senza uscita e che riconduce sempre a soltanto a sé stessi. Come nell’Inferno dantesco, più ci si addentra nella spirale, più i cerchi si restringono, i peccati diventano a mano a mano più gravi, la caduta diventa inevitabile e l’allontanamento da Dio è totale. Anche in L’estranea ci si allontana da Dio ogni volta che egoisticamente scegliamo per gli altri senza interpellarli, facendo prevalere il nostro io su quello altrui, finendo per gettare noi stessi in un abisso, alla fine di quella spirale.

Centrale anche in questo film, esattamente come in Obsession (2026), è poi l’eco letterario del racconto horror La zampa di scimmia (1902) di William Wymark Jacobs, dall’ineluttabilità del destino, che chiede sempre il conto alla fine, all’illusione del controllo sulla propria vita e le proprie scelte e la tragica conseguenza dei propri desideri, desideri che condizionano il nostro agire e la cui soddisfazione comporta l’ingresso in un ciclo senza fine di sacrifici a scapito degli altri. Perché ogni desiderio, anche quello espresso col più nobile degli intenti, al di là del sacrificio personale, richiede anche quello di chi ci sta accanto e che si fa carico, suo malgrado, di contrappassi imprevisti e indesiderati che finiscono per decretarne la sofferenza.

L’estranea è un film sublime, pregno di immagini polisemiche e ricco di temi significativi ed attuali, indirizzato a scoperchiare le nostre ossessioni sull’apparire, le orride maschere sociali che indossiamo, l’egoismo che guida il nostro agire e le narrazioni artificiali che diamo di noi agli altri, oltreché a noi stessi, ingannandoci.

“La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste”, dichiara il personaggio di Verbal Kint ne I soliti sospetti (1995), e nel dialogo continuativo con un essere enigmatico e tentatore, un maestro dell’inganno che svanisce nel nulla, qualcuno la cui reale esistenza è dubbia, ma che muove ogni cosa nell’ombra, viene da chiedersi in realtà se quell’ombra non sia la nostra, se a tessere il filo del nostro destino non sia altro che il nostro ego, se il nostro sacrificio per gli altri non celi in realtà un secondo fine, se, infine, il male che ci è dato in sorte non sia nient’altro che quello generato da noi stessi, ma che resta estraneo ai nostri occhi perché consciamente, o inconsciamente, scegliamo di ignorarlo, di allontanarlo da noi, di non riconoscerlo, quando invece ne siamo gli unici artefici.