Little Miss Sunshine vent’anni dopo: il fallimento non è mai stato così dolce

Ambra Farinelli

6/20/20264 min read

Sono passati vent’anni da quando Little Miss Sunshine approdò al Sundance Film Festival nel 2006. Eppure, ancora oggi, questo piccolo gioiello, diventato nel tempo un simbolo di un certo cinema indipendente americano, continua a essere una ventata d’aria fresca e ha ancora molto da dirci.

Ci troviamo ad Albuquerque, in New Mexico, e la piccola Olive Hoover (una centratissima Abigail Breslin) osserva sognante la televisione: stanno per essere incoronate le vincitrici di Miss America. La sequenza di apertura ci appare iconica fin dai primi fotogrammi, complice la splendida The Winner Is dei Devotchka e un linguaggio visivo che richiama quello dei videoclip musicali, non a caso terreno d’origine della coppia di registi Jonathan Dayton e Valerie Faris.

Questi primi minuti ci introducono tutti gli improbabili componenti della famiglia di Olive: il padre ossessionato dal non essere un perdente, ideatore di un fallimentare metodo soprannominato “Refuse to lose”, il fratello che fa voto di mutismo pur di poter accedere all’accademia aeronautica per piloti, la madre dolcissima e nevrotica, il nonno cocainomane, e, infine, lo zio, un professore universitario esperto di Proust che tenta il suicidio poiché non ricambiato da un suo studente - con Steve Carrell in uno dei suoi ruoli più brillanti. E qui è già racchiusa tutta l’essenza del racconto, che riesce a essere esilarante e dal retrogusto malinconico allo stesso tempo, senza mai sacrificare l’una dimensione all’altra.

Lasciateci perdere

Succede, quindi, che per una circostanza fortuita Olive riesca ad accedere alle finali di Little Miss Sunshine, concorso di bellezza per bambine cui lei si stava preparando da giorni, coreografata dal nonno - interpretazione magistrale che valse l’Oscar al compianto Alan Arkin. L’unico modo per permetterle di esibirsi è raggiungere Redondo Beach, in California, a bordo di un adorabile Volkswagen T2 giallo (l’aereo costa troppo) insieme al resto della strampalata famiglia al completo (nessuno se la sentirebbe di lasciare da solo un tentato suicida).

Tutto si potrebbe pensare degli Hoover, tranne che siano dei vincenti nati. Eppure, questa bizzarra accozzaglia familiare ci piace proprio per questo: tanto imperfetta quanto determinata a realizzare il sogno della piccola Olive, che si ritroverà in mezzo a un’orda di ragazzine dalle sembianze quasi grottesche, impegnate a emulare standard di bellezza presi in prestito dal mondo degli adulti. Non dimentichiamoci, d’altronde, che siamo nei primi anni Duemila, un’epoca profondamente affascinata da quell’estetica fatta di outfit glitterati, ciglia finte e blush dai toni molto accesi.

Così, nello sguardo naif e un po’ perso di Olive incorniciato dai suoi occhiali spessi e tondi ci sentiamo accolti, perché, francamente, in decine e decine di occasioni abbiamo perso il nostro concorso di bellezza. Quell’esame andato male, quel colloquio non superato o quell’amore non ricambiato: ogni volta con quella sensazione terrificante di essere come un emblema della mediocrità in mezzo a un mare di eccellenza. E se abbiamo imparato (lo abbiamo imparato davvero?) ad accettare che sì, il fallimento è necessario ed è parte integrante del percorso di crescita di ciascuno di noi, è anche grazie al tipo di narrazione che ritroviamo in film come Little Miss Sunshine.

Quando Olive inizia la sua esibizione sulle note dell’indimenticabile Super Freak di Rick James ed emula le mosse sgraziate e spassosissime insegnate dal nonno, suscitando sconcerto tra il pubblico e la giuria, ci ricorda che va bene arrivare ultimi e che lo si può fare anche divertendosi. Il momento in cui tutta la famiglia la raggiunge, come segno di protesta alla richiesta di allontanare Olive dal palco, si trasforma allora in una danza catartica e liberatoria.

Non è certo la prima volta che un film punta a smascherare il sogno americano, rovesciandolo, ma il merito di Little Miss Sunshine sta nell’avere uno sguardo incredibilmente lucido su alcune delle ossessioni della società di quegli anni, senza mai perdere la leggerezza che lo contraddistingue.

E le nostre ossessioni che fine hanno fatto?

Tra queste ossessioni, appunto, c’è quella per la bellezza, che molte ragazze spesso sviluppano fin dalla più tenera età. E tutt’oggi, sebbene con i dovuti aggiornamenti imposti dall’evolversi dei tempi — maggiore inclusività e criteri di selezione più ampi — concorsi come Miss America o Miss Mondo restano istituzioni ben radicate nell’immaginario collettivo. A Olive Hoover, in fin dei conti, poco importa di essere bellissima perché, come si è detto, lei vuole solo divertirsi. Eppure è emblematica la scena in cui, dopo aver ordinato un gelato in un diner, il padre le fa notare come, “contenendo molti grassi”, quel dessert non si addica certo a una futura Miss America. Nonostante un momento di tenerissima esitazione iniziale, comunque, Olive il suo gelato al cioccolato se lo mangia lo stesso.

Il fatto è che oggi questo tipo di meccanismi e credenze sono ancora profondamente radicati e, forse, persino amplificati da qualcosa di cui nel 2006 si iniziava appena a percepire l’eco: i canali social. Instagram, TikTok e più di recente l’intelligenza artificiale, capace di generare bellezze fittizie sempre più credibili, hanno dato vita a un paradosso in cui si tende a dar spazio a canoni estetici più inclusivi, mentre i modelli cui aspirare diventano al tempo stesso sempre più irrealistici e difficili da raggiungere. Olive Hoover oggi probabilmente combatterebbe la sua gara a colpi di selfie e filtri skin-smoothing, o magari farebbe parte del fenomeno dilagante delle Sephora Kids, bambine giovanissime che rincorrono i prodotti di skincare scoperti grazie alle video avd. E, a ben vedere, non siamo nemmeno così sicuri che oggi quel gelato al cioccolato lo mangerebbe lo stesso.


Vent’anni dopo, quindi, Little Miss Sunshine è ancora una fiaba contemporanea deliziosa, diventata con il passare del tempo un vero e proprio cult nella costellazione del cinema indipendente americano. Complice anche una colonna sonora immediatamente riconoscibile, dominata dai Devotchka ma impreziosita da chicche come l’evocativa Chicago di un giovane Sufjan Stevens. A rivederlo oggi, viene naturale domandarsi a che punto siamo arrivati con questa fissazione per il successo.

Forse è proprio qui che Little Miss Sunshine continua a parlarci con estrema lucidità. Ci ricorda che, anche nella società della performance, possiamo ancora permetterci di perdere o di uscire di casa senza aver completato i dieci step della skincare coreana. Proviamo, piuttosto, a goderci il viaggio il più possibile (meglio se a bordo di un Volkswagen T2, ovviamente). E nel dubbio, possiamo sempre improvvisare una coreografia sulle note di Super Freak.

frame del film

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