Moonrise Kingdom - Fuggire dall'ordinario

Ambra Farinelli

7/30/20265 min read

“Vorrei vivere in un film di Wes Anderson: inquadrature simmetriche e poi partono i Kinks.”

È il 2011 quando, tra le tracce de Il sorprendente album d’esordio de I Cani, progetto musicale del romano Niccolò Contessa, compare anche Wes Anderson. In poche righe, il brano riesce a condensare molto bene l’immaginario che negli anni si è sedimentato attorno al regista statunitense: le composizioni perfettamente simmetriche, i colori pastello, le atmosfere retrò, i finali agrodolci e i cattivi che non sono cattivi davvero.

Da allora sono passati quindici anni e Anderson ha costruito una filmografia che conta il doppio dei titoli rispetto a quelli che avevano contribuito a definire quel mondo raccontato da Contessa nel brano. E proprio quella cifra stilistica, diventata nel tempo il suo tratto più riconoscibile, è stata al centro di una delle critiche più frequenti rivolte ai suoi ultimi lavori: privilegiare il contenitore rispetto al contenuto, con una ricerca estetica quasi maniacale che andrebbe a discapito della profondità emotiva dei personaggi.

Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore è forse uno dei film che meglio sintetizza la poetica di Wes Anderson: un'opera che si fa perfetto esempio della sua ricerca estetica, ma che conserva al tempo stesso uno sguardo attento alle fragilità dei personaggi e al loro bisogno di trovare un posto nel mondo. Perfezione formale e approfondimento emotivo non si pongono in contrasto, ma si rendono, invece, l’uno al servizio dell’altro. È anche un film perfetto da riscoprire in estate, perché proprio l’estate è la dimensione temporale ed emotiva in cui la storia prende forma: uno spazio sospeso in cui tutto sembra ancora possibile e dove la fuga di due giovani in età preadolescenziale finisce per trasformarsi in una piccola rivoluzione capace di coinvolgere un’intera comunità.

Rompere gli schemi

È il 1965 e ci troviamo sull'isola immaginaria di New Penzance, al largo delle coste del New England. Sam Shakusky è un dodicenne orfano di entrambi i genitori e membro dei Khaki Scout del campo Ivanhoe, guidato dall'entusiasta scoutmaster Randy Ward (un esilarante Edward Norton). Suzy Bishop è una ragazzina introversa che vive con i genitori e i tre fratelli minori. I due si conoscono un anno prima durante uno spettacolo teatrale in cui lei interpreta un corvo, iniziano a scriversi lettere e decidono infine di darsi appuntamento per scappare insieme. Ad accomunarli è lo stesso senso di estraneità nei confronti del mondo che li circonda, quella sensazione di non riuscire ad abitare una realtà che sembra aver già deciso chi dovrebbero essere: Sam, ragazzino orfano un po’ strambo a causa del suo trauma; Suzy, figlia solitaria e problematica.

L’impresa, proprio perché nata dall’apparente ingenuità della giovinezza e destinata, inevitabilmente, a fallire – sia i compagni del campo scout sia i genitori di Suzy si mettono immediatamente sulle tracce dei due ragazzi – si trasforma presto in una piccola grande avventura. È il modo in cui non solo Sam e Suzy, ma tutti i personaggi di Moonrise Kingdom, finiscono per comprendere qualcosa in più di sé.

Ed è proprio grazie a questo gesto tanto semplice quanto radicale che l’ordine prestabilito dell’isola comincia a incrinarsi. Un ordine che Wes Anderson rende visibile attraverso la precisione geometrica della sua messa in scena e che regna tanto nel campo Ivanhoe quanto nella quieta quotidianità della famiglia Bishop. La fuga diventa così, allo stesso tempo, motore concreto e simbolico del racconto: mette in moto la storia, ne orienta gli sviluppi e, infine, ne scioglie i nodi.

L’estate, da sempre stagione delle possibilità prima che il ritorno alla routine ci riconduca all’ordinario, è il tempo perfetto per accompagnare le avventure di Sam e Suzy. In quei giorni sospesi i due scappano, si accampano, ballano sulla spiaggia, si baciano, vengono ritrovati e poi scappano di nuovo, arrivando perfino a promettersi che il loro amore, acerbo ma sincero, possa durare per sempre. Perché è proprio questo il privilegio dell’estate, almeno finché si è abbastanza giovani da crederci: potersi convincere che in pochi giorni si possa cambiare il corso di una vita. E, in Moonrise Kingdom, succede proprio questo.

E se è l'atto della fuga a irrompere sull'equilibrio dell'isola e a frantumarlo, è anche e soprattutto perché a compierlo sono due personaggi che, seppur poco più che bambini, sembrano gli unici capaci di prendere davvero sul serio ciò che provano. Mentre Sam e Suzy si lasciano guidare unicamente dai propri desideri, gli adulti della storia – i genitori della ragazza, interpretati dal feticcio andersoniano Bill Murray e da una splendida Frances McDormand, il goffo capo scout Randy Ward e il capitano Sharp (Bruce Willis), amante della madre di Suzy – sembrano muoversi per inerzia, continuando a fare ciò che hanno sempre fatto. È proprio questo a rendere la loro fuga qualcosa di più di una semplice avventura adolescenziale. Sam e Suzy, con il loro amore e con il bisogno di ritagliarsi uno spazio altro rispetto a quello che il mondo circostante ha già assegnato loro, rompono gli schemi. E nel farlo ricordano che la precisione formale di Wes Anderson non è fine a se stessa né un ostacolo al trasporto emotivo, ma il linguaggio attraverso cui il racconto prende forma.

Vorremmo vivere in un film di Wes Anderson

"Ti amo, ma tu non sai di cosa stai parlando", dice Sam a Suzy in uno dei passaggi più celebri del film. Appena prima, lui le ha rivelato di essere orfano di entrambi i genitori; lei ribatte che tutti i suoi personaggi preferiti lo sono, e che per questo hanno una vita più speciale degli altri.

È proprio in questo breve scambio che si nasconde il cuore del film. I due giovani non comprendono del tutto quel sentimento, eppure lo accolgono con un’onestà che agli adulti non appartiene più. La signora Bishop è insoddisfatta, il signor Ward prende fin troppo sul serio un ruolo che non è nemmeno il suo vero mestiere, il capitano Sharp si sente solo. Neanche loro, alla stregua dei due ragazzini, abitano la propria vita nel modo in cui vorrebbero, eppure nessuno, fino a quel momento, aveva cercato un cambiamento.

Sam e Suzy ci provano, e poi ci riescono, perché Moonrise Kingdom altro non è che una fiaba agrodolce con un bel lieto fine – di quelli che, peraltro, se ne vedono sempre meno. È anche la rappresentazione di quel momento di transizione in cui, senza nemmeno averne troppa contezza, l’infanzia inizia a lasciare spazio all’adolescenza, con tutto ciò che ne consegue. L’avventurosa estate di Sam e Suzy è forse l’ultima a portare con sé quel senso di libertà e leggerezza che poco hanno a che fare con le vite degli adulti.

Rivedere Moonrise Kingdom oggi è, in fin dei conti, pensare che ci vorremmo vivere davvero – almeno per un po’ – in un film di Wes Anderson, "tutto tenerezza e finali agrodolci", perché le vacanze estive avevano un sapore diverso quando duravano tre mesi, invece di due o tre settimane al massimo. Era il tempo della possibilità: magari non succedeva nulla, magari cambiava tutto, come per Sam e Suzy.

Poi, tutto a un tratto, si cresce e le nostre estati non saranno mai più quelle di noi bambini. Almeno, però, c’è il cinema all’aperto.