No Good Men

Erica Piatti

2/27/20263 min read

Il film di inaugurazione della 76ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino (Berlinale) è No Good Men di Shahrbanoo Sadat, la nuova commedia romantica di cui non sapevi di avere bisogno.

Non sapevi di averne bisogno perché l’amore e le risate ci sono, ma c’è anche tanto altro. Sotto la leggerezza dei dialoghi e delle situazioni sentimentali si muove uno sguardo politico e profondamente critico, capace di raccontare i desideri e le frustrazioni di donne che cercano spazio in una società che le ha rese invisibili.

Questo film firma una nuova frontiera per il cinema afghano: uno sguardo tutto al femminile che mette al centro vite quotidiane e i piccoli atti di resistenza di una popolazione all’alba della rivolta. No Good Men sceglie di mostrare la complessità dell’esperienza femminile in contesti che oggi i media raccontano quasi esclusivamente attraverso la lente della crisi; il film è infatti ambientato nel 2021 appena prima della ritiro delle truppe statunitensi dal Paese.

Il risultato è una commedia romantica che fa sorridere, ma che allo stesso tempo interroga lo spettatore su cosa significhi davvero scegliere per sé stesse.

Naru (interpretata dalla stessa Shahrbanoo Sadat) è una operatrice di ripresa per la televisione di Kabul, ma viene confinata a programmi “femminili”, poco stimolanti e marginali rispetto alla programmazione principale.

Separata dal marito, la sua esistenza è già un’affermazione silenziosa di indipendenza: non nei gesti eclatanti, ma nel modo in cui attraversa la città e vive il proprio lavoro. La sua autonomia si rivela nei piccoli atti che, poco a poco, sgretolano il sistema che la cerca di incasellare, lasciando emergere una tensione costante tra la sua identità e le aspettative che la società proietta su di lei.

Durante una pausa tra una ripresa e l’altra, Naru, parlando con le colleghe, si lascia sfuggire l’espressione: «Non ci sono più bravi uomini in Afghanistan».

È una battuta che nasce quasi per scherzo, ma che rivela una profonda frustrazione. inizia così un dialogo profondo su come l’amore non si sia più reso presente in Afghanistan, sulle violenze sarà l’incontro con Qodrat, uno dei più importanti reporter del giornale, a far lentamente cambiare idea a Naru, come se fosse una risposta, o forse una smentita possibile, a quell’affermazione. Con grande ironia, il loro legame cresce sulla stima e il rispetto reciproco mettendo in discussione stereotipi, aspettative e ferite personali.

Questo non è un film triste, non è un’opera che chiede compassione. É un’opera che rivendica esistenza.

Naru non chiede protezione e non accetta di essere relegata in uno spazio laterale; rifiuta l’idea di dover occupare meno spazio per essere accettata. In questo senso è profondamente simbolica la scena dell’acquario: la nostra protagonista pretende di sedersi a mangiare non nella stanza riservata alle famiglie, piccola e buia, ma al centro della sala, nel posto più bello, accanto all’acquario.

La forza sta nella semplicità della richiesta: non vuole un privilegio. Vuole quello che agli altri è dato per scontato. Il film non grida mai vendetta, ma presenza.

In conferenza stampa la regista ha dichiarato “sono interessata solo a raccontare le cose che conosco, quelle che sono rilevanti per la mia vita”. È una presa di posizione chiara: il film non nasce da un’idea astratta di denuncia, ma da un’esperienza vissuta. Ha raccontato anche che, prima di conoscere Anwar Hashimi - che nel film interpreta Qodrat - era convinta che in Afghanistan non esistessero uomini “buoni”. Hashimi è stato, nelle sue parole, “il mio primo uomo buono in Afghanistan”, e per questo non voleva nessun altro in quel ruolo.
Sadat in No good men tocca qualcosa che è già tangibile, non desidera restituire l’immagine di donne stanche ma con una punta di ironia, dichiara che forse l’unica cosa che il patriarcato ha “fatto bene” è stata rendere le donne più forti . nonostante non ce ne fosse assolutamente bisogno. Il suo intento era mostrare quanto le donne siano forti, non perché costrette a esserlo, ma perché lo sono già.

L’intero film è stato girato in Germania. Proprio per questo la qualità del materiale d’archivio è stata fondamentale per la sua riuscita. Non si trattava solo di integrare immagini, ma di restituire una materia viva capace di rendere percepibile il luogo della narrazione.

Come film di apertura della 76ª Berlinale, No good men porta una nota rinfrescante con un forte messaggio politico. Riesce a far ridere, piangere, è entusiasmante ma anche provocatorio.

È un film complesso, mascherato da commedia d’amore, che porta con sé una capacità rara di descrivere una realtà difficile con leggerezza e profondità emotiva.

Il film di inaugurazione della 76ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino (Berlinale) è No Good Men di Shahrbanoo Sadat, la nuova commedia romantica di cui non sapevi di avere bisogno.

Non sapevi di averne bisogno perché l’amore e le risate ci sono, ma c’è anche tanto altro. Sotto la leggerezza dei dialoghi e delle situazioni sentimentali si muove uno sguardo politico e profondamente critico, capace di raccontare i desideri e le frustrazioni di donne che cercano spazio in una società che le ha rese invisibili.

Questo film firma una nuova frontiera per il cinema afghano: uno sguardo tutto al femminile che mette al centro vite quotidiane e i piccoli atti di resistenza di una popolazione all’alba della rivolta. No Good Men sceglie di mostrare la complessità dell’esperienza femminile in contesti che oggi i media raccontano quasi esclusivamente attraverso la lente della crisi; il film è infatti ambientato nel 2021 appena prima della ritiro delle truppe statunitensi dal Paese.

Il risultato è una commedia romantica che fa sorridere, ma che allo stesso tempo interroga lo spettatore su cosa significhi davvero scegliere per sé stesse.

Naru (interpretata dalla stessa Shahrbanoo Sadat) è una operatrice di ripresa per la televisione di Kabul, ma viene confinata a programmi “femminili”, poco stimolanti e marginali rispetto alla programmazione principale.

Separata dal marito, la sua esistenza è già un’affermazione silenziosa di indipendenza: non nei gesti eclatanti, ma nel modo in cui attraversa la città e vive il proprio lavoro. La sua autonomia si rivela nei piccoli atti che, poco a poco, sgretolano il sistema che la cerca di incasellare, lasciando emergere una tensione costante tra la sua identità e le aspettative che la società proietta su di lei.

Durante una pausa tra una ripresa e l’altra, Naru, parlando con le colleghe, si lascia sfuggire l’espressione: «Non ci sono più bravi uomini in Afghanistan».

È una battuta che nasce quasi per scherzo, ma che rivela una profonda frustrazione. inizia così un dialogo profondo su come l’amore non si sia più reso presente in Afghanistan, sulle violenze sarà l’incontro con Qodrat, uno dei più importanti reporter del giornale, a far lentamente cambiare idea a Naru, come se fosse una risposta, o forse una smentita possibile, a quell’affermazione. Con grande ironia, il loro legame cresce sulla stima e il rispetto reciproco mettendo in discussione stereotipi, aspettative e ferite personali.

Questo non è un film triste, non è un’opera che chiede compassione. É un’opera che rivendica esistenza.

Naru non chiede protezione e non accetta di essere relegata in uno spazio laterale; rifiuta l’idea di dover occupare meno spazio per essere accettata. In questo senso è profondamente simbolica la scena dell’acquario: la nostra protagonista pretende di sedersi a mangiare non nella stanza riservata alle famiglie, piccola e buia, ma al centro della sala, nel posto più bello, accanto all’acquario.

La forza sta nella semplicità della richiesta: non vuole un privilegio. Vuole quello che agli altri è dato per scontato. Il film non grida mai vendetta, ma presenza.

In conferenza stampa la regista ha dichiarato “sono interessata solo a raccontare le cose che conosco, quelle che sono rilevanti per la mia vita”. È una presa di posizione chiara: il film non nasce da un’idea astratta di denuncia, ma da un’esperienza vissuta. Ha raccontato anche che, prima di conoscere Anwar Hashimi - che nel film interpreta Qodrat - era convinta che in Afghanistan non esistessero uomini “buoni”. Hashimi è stato, nelle sue parole, “il mio primo uomo buono in Afghanistan”, e per questo non voleva nessun altro in quel ruolo.
Sadat in No good men tocca qualcosa che è già tangibile, non desidera restituire l’immagine di donne stanche ma con una punta di ironia, dichiara che forse l’unica cosa che il patriarcato ha “fatto bene” è stata rendere le donne più forti . nonostante non ce ne fosse assolutamente bisogno. Il suo intento era mostrare quanto le donne siano forti, non perché costrette a esserlo, ma perché lo sono già.

L’intero film è stato girato in Germania. Proprio per questo la qualità del materiale d’archivio è stata fondamentale per la sua riuscita. Non si trattava solo di integrare immagini, ma di restituire una materia viva capace di rendere percepibile il luogo della narrazione.

Come film di apertura della 76ª Berlinale, No good men porta una nota rinfrescante con un forte messaggio politico. Riesce a far ridere, piangere, è entusiasmante ma anche provocatorio.

È un film complesso, mascherato da commedia d’amore, che porta con sé una capacità rara di descrivere una realtà difficile con leggerezza e profondità emotiva.