Oasis: Don’t Look Back in Anger. Dei fratelli Gallagher al Lido di Venezia e altre storie
Disclaimer doveroso: ceci n’est pas una recensione. O meglio, questa volta abbiamo deciso di scrivere un pezzo ancor meno canonico del solito, perché Oasis: Don’t Look Back in Anger lo abbiamo visto in anteprima all’83esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, nella Sala Grande del Palazzo del Cinema assieme a Noel e Liam Gallagher, ed è stata un’esperienza incredibile. Quindi sì, il nostro entusiasmo per il documentario di Dylan Southern e Will Lovelace, sceneggiato da Steven Knight (tra gli autori di Peaky Blinders, per intendersi), potrebbe essere stato dettato dalle circostanze, anche se siamo lucidamente in grado di dire che si tratta di un bel film.
Il rischio di far male, cedendo alla retorica, c’era: avendo tra le mani un materiale musicale, e umano, come quello legato ai fratelli Gallagher, gli autori avrebbero potuto pensare che bastasse quello, senza far troppi sforzi di scrittura o di regia. Il film segue, invece, una narrazione ben precisa sulla reunion del duo di Manchester, facendo un utilizzo magistrale delle immagini tratte dalle date del tour 2025: si comincia con Cardiff, spostandosi per altre 12 tappe in giro per il mondo, dall’iconico Heaton Park di Manchester fino a Buenos Aires, dove un fan argentino ci racconta di come Wonderwall sia stata trasformata in un coro da stadio. Ci è capitato più volte, durante la visione, di cantare a squarciagola battendo le mani a tempo. Ogni tanto partivano anche i classici piccoli urletti da concerto, ed è stato bellissimo.
Ma andiamo con ordine.


È il 28 agosto del 2009 e gli Oasis stanno per esibirsi a Parigi, al Rock en Seine. A un certo punto, arriva l’annuncio fatidico: gli Oasis si sono ufficialmente sciolti. A quanto pare, nel backstage, in seguito a una delle molte liti che da sempre hanno caratterizzato il rapporto tra i due, Liam aveva spaccato la chitarra di Noel. A quel punto, non ne voleva proprio più sapere.
Passano quindici anni durante i quali i Gallagher non si parleranno più e si esibiranno solamente come solisti. Ma, nel frattempo, nessuno smette di ascoltare le canzoni degli Oasis, nessuno smette di cantare le canzoni degli Oasis. Non scompaiono dalle colonne sonore dei film (non possiamo non citare la splendida scena di Mommy di Xavier Dolan con Wonderwall in sottofondo) e restano legate, in maniera indissolubile, ai ricordi felici, o infelici, di milioni di persone. Chi era giovane negli anni Novanta fa ascoltare le canzoni degli Oasis ai propri figli, chi è nato intorno agli anni Duemila cresce con la voglia di vederli suonare insieme, almeno una volta.
Si arriva così all’agosto del 2024, quando i fratelli Gallagher annunciano la loro reunion e un tour mondiale che li porterà a cantare di nuovo insieme in 41 concerti. Le diciassette date inizialmente annunciate tra Regno Unito e Irlanda vanno sold out nel giro di una sola giornata: si stima che ci fossero oltre 10 milioni di persone provenienti da 158 Paesi in coda per acquistarli.
Il resto è storia, ed è ciò che ci porta a quel sabato 5 settembre, al Lido di Venezia. È molto presto, non sono nemmeno le 9:00, e già i primi fan si sono appostati di fronte al red carpet per assicurarsi un posto in prima fila quando arriveranno Liam e Noel, per la proiezione delle 21:30. Scorgiamo ovunque magliette del tour del ’25 e cappelli da pescatore con la scritta Oasis: sembra quasi di stare in attesa di un loro concerto. C’è anche un ragazzo che ha portato con sé l’iconico tamburello di Liam, afferrato durante un suo live, per farselo autografare. C’è Valerio Lundini che si aggira per il Lido fingendo di essere lì per appuntamenti di lavoro, mentre in verità è lì solo per vedere il film in sala con Noel e Liam Gallagher.
I fratelli Gallagher non si presentano in conferenza stampa, ma si palesano lo stesso per farsi le classiche foto di rito. Ci passano davanti, ridacchiando. Sembrano scambiarsi sguardi di intesa. Liam concede anche degli autografi, Noel è un po’ meno entusiasta, ma va bene così. Allora è tutto vero: sono lì, a Venezia. Quella stessa sera avremmo visto un film sugli Oasis insieme agli Oasis. Come direbbe qualcuno… Biblical.




Così, le due ore abbondanti di film scorrono velocissime. Quando si arriva ai titoli di coda, ne vorremmo ancora e ancora. Ci voltiamo verso le poltrone in galleria, in alto, e i fratelli Gallagher sono lì, continuano ad applaudire entusiasti e a incitare il pubblico, si abbracciano (addirittura si abbracciano!), Noel forse piange o forse deve solamente togliersi qualcosa dagli occhi, non si è ben capito, ma a noi piace pensare che si sia commosso per l’emozione. Scendono le scale per raggiungere la platea e continuano a firmare i CD e i vinili dei fan lì presenti. Noi continuiamo ad applaudire fortissimo, consapevoli di aver preso parte a un piccolo pezzo di storia. Eccolo lì, quel senso di appartenenza, dove è così rassicurante riconoscersi (che ne dite, ci vediamo al tour del 2027?).
Sì, ve lo avevamo detto che questa non sarebbe stata una recensione nel senso più stretto del termine e, forse, ci siamo un po' fatti prendere dall’entusiasmo. Ma crediamo che Oasis: Don’t Look Back in Anger sia una visione davvero valida anche per chi degli Oasis si interessa poco o nulla. O almeno per tutti coloro che si emozionano grazie alla musica e grazie alle grandi storie. Forse non diventerà il film preferito dei fan più accaniti dei Blur, ma questa è un altro discorso. Prendete nota: se vi siete persi il passaggio in sala, il film arriva su Disney+ dal 9 ottobre, apparentemente contenendo anche dei filmati inediti rispetto a quanto si è visto sinora. Dunque, buona visione!


Il film, lo ribadiamo, è un bel film. Parte dall’infausta notizia dello scioglimento, a Parigi, per poi fare un salto in avanti di quindici anni, al momento della reunion. Forse una delle sequenze più preziose la vediamo proprio all’inizio, quando abbiamo modo di sbirciare le prove della band. Noel è un po’ teso perché Liam è in ritardo, poi Liam arriva e la tensione inizia a sciogliersi: parlano di come aggiustare i finali, non litigano, tutto procede come da piani. Per realizzare queste scene, gli autori hanno piazzato 12 cineprese controllate a distanza per far sì che non si percepisse la presenza della troupe, nel tentativo di ottenere il più autentico risultato possibile.
Ci sono poi i momenti di video-intervista, le riprese fatte durante il tour, le testimonianze di fan provenienti da ogni dove, che ci raccontano perché abbiano un legame speciale con il repertorio degli Oasis. La forza del film sta, tra le altre cose, nel raccontare il fenomeno della band in relazione a quello che ha suscitato nel loro pubblico. Gente che per tutti quegli anni non ha mai smesso di aspettarli e che ha vissuto i concerti del ’25 come un rito collettivo, quasi catartico, o religioso, se vogliamo - non a caso è stata inserita nel film anche la scena di un'omelia.
Uno dei concetti che più emerge dal film, d'altronde, è proprio il senso di comunità e di appartenenza che si riesce a provare grazie all’amore per la musica. Ti trovi in uno stadio, o in un parco enorme, insieme a centinaia di migliaia di persone che sono lì per la tua stessa ragione e ti senti parte di una tribù, ti riconosci in qualcosa di altro. Tutto il resto, le angosce, le brutture del mondo, per un po’ non possono varcare quella soglia fatta di canzoni e lacrime, abbracci e sorrisi. Nella Sala Grande del Palazzo del Cinema, quel sabato sera, abbiamo avvertito qualcosa di simile: eravamo più di mille persone, ad assistere a una proiezione che sembrava però anche un concerto. Abbiamo cantato, battuto le mani a tempo, applaudito, ed è scesa più di qualche lacrima.
Nel film si parla molto anche di perdono, chiaramente, e di riconciliazione. Non delle motivazioni che hanno portato gli Oasis a sciogliersi, né tanto del perché si siano riuniti. Il film ci pone davanti al fatto compiuto della loro reunion e di ciò che questo ha comportato. Per il pubblico, certo, ma anche per Noel e Liam stessi, che hanno deciso, per esempio, di far incontrare i propri figli dopo anni. E di quanto stupore abbiano provato nel vedere tante persone così giovani ai loro concerti, con intere generazioni attraversate dalla loro musica: gente non ancora nata quando è uscito Definitely Maybe nel ‘94, che cantava l’intera scaletta a squarciagola.
Don’t Look Back in Anger, che sin dal titolo suggerisce di non guardare al passato con rancore, sembra quasi incarnare una profezia autoavverante. È proprio questo, in fin dei conti, l’altro tema chiave del film, che non poteva avere un titolo più azzeccato. È come se la storia della band ci ricordasse che, nonostante tutto ciò che può succedere nelle nostre vite, ci sarà sempre un modo di affrontare e superare gli errori del passato, lasciandosi alle spalle tutta la rabbia di un tempo in nome di qualcosa di più importante. Come il pubblico ha perdonato Noel e Liam Gallagher per esserne rimasto orfano quindici anni fa, loro si sono perdonati a loro volta e si sono rimessi a cantare insieme.
