Punk Mindset, Mostri e altre bugie: intervista a Paolo Gaudio
Durante gli Stop-e-Motion Days abbiamo avuto la fortuna di fare due chiacchiere con Paolo Gaudio, regista, animatore e curatore del Collegium di quest’anno. Ci ha raccontato del peso di una bugia che ha cullato un'intera generazione prima della sua, una retorica che lungo il suo percorso ha smontato pezzo dopo pezzo, reagendo al disincanto con l’unica risposta possibile: il punk. E la scelta di restare, anche in un’industria che spesso procede a rilento, per continuare a costruire mondi dove l’impossibile diventa tangibile.
Tra speculazioni filosofiche che sembrano dialogare con il realismo capitalista e creature mostruose, abbiamo raggiunto il cuore della sua ricerca: il perturbante. Per noi un andirivieni emotivo che in tempi moderni soddisfa un desiderio ancestrale di stupore, per Gaudio lo strumento più affilato per indagare l’animo umano; tra vette di poesia e baratri di dolore.
In questi giorni abbiamo analizzato le differenze tra l'industria dell'animazione estera e quella italiana, dove i processi sembrano spesso procedere a rilento. Al netto del fascino e delle opportunità dei modelli esteri, hai mai pensato di andartene?
L’ho pensato un milione di volte, ma sono sempre rimasto. Nonostante tutto ciò che accadeva intorno a me mi spingesse ad andare via, ho scelto di restare in Italia per due motivi principali.
Il primo è legato al mio percorso e alla mia formazione. Lavoro in questo Paese da vent’anni: ho lasciato la mia città a ventun anni per fare cinema e già quello, per me, è stato un atto di ribellione. Io sono il frutto della mentalità tipica degli anni Ottanta e Novanta, quando ci insegnavano che con lo studio, l’impegno e l’abnegazione avremmo raggiunto ogni traguardo. Noi millennial abbiamo scoperto che era una bugia: abbiamo fatto tutto ciò che ci è stato chiesto, eppure siamo sempre un passo dietro a qualcun altro.
Il secondo motivo, il più importante, riguarda il cinema che ho sempre sognato. Sin da quando avevo otto anni, volevo “fare il cinema” con i mostri: adoravo i pupazzoni, i robot, gli alieni. Per me il regista era colui che animava le creature e filmava l'infilmabile. Ero ossessionato da questa idea e sapevo che per realizzarla avrei dovuto lasciare la mia terra. Così sono arrivato a Roma, studiando cinema dopo una laurea in filosofia.
Era il 2003 e tutti continuavano a ripetermi che avrei dovuto lasciare l’Italia, perché il mio genere di cinema si faceva solo in America, in Francia o in Inghilterra. Mi sentivo uno straniero nella mia nazione, ovunque andassi non ero mai nel posto giusto. A un certo punto, però, mi sono guardato dentro e mi sono chiesto: 'Continuo a fare quello che mi dicono di fare, o faccio il punk fino in fondo?'. Ho deciso di fregarmene e di fare esattamente ciò che volevo. Ed è quello che ho fatto.


Da un lato un sistema lento nel raggiungere il suo pubblico, dall’altro la velocità di social come Tiktok. Filmando e postando i “dietro le quinte” di Dagon (2024), vincitore del Premio del Pubblico nella scorsa edizione dei SeM, ti è capitato di ricevere una risonanza inaspettata?
Assolutamente sì. Faccio questo mestiere dal 2005, da quando qualcuno mi ha dato per la prima volta la possibilità economica di realizzare un cortometraggio. Da quel momento, ogni volta che ho avuto l’opportunità di mostrare una mia opera, la pellicola mi ha portato in luoghi e mi ha fatto incontrare persone che non avrei mai visitato o conosciuto altrimenti.
È questa la potenza della settima arte: è un linguaggio che comunica senza bisogno di passaporto. È uno strumento che ti permette di arrivare ovunque, soprattutto in zone che magari non frequenterai mai fisicamente.
Qualche esempio?
Il Brasile, il Messico o la Bulgaria. In Bulgaria, incredibilmente, mi adorano: a breve andrò a fare il giurato per un festival molto importante, "In The Palace" International Short Film Festival, vicino a Sofia. Ma i miei lavori arrivano molto bene anche in Francia e in Belgio. Il cinema rompe ogni confine.


In questi giorni hai guidato i giovani animatori nell’esperienza del Collegium, lavorando alla realizzazione di un corto; da docente e da autore con esperienza, qual è l’aspetto su cui insisti di più?
Innanzitutto, devo dire di essere stato fortunatissimo: gli undici ragazzi selezionati per il Collegium si sono dimostrati animatori di grandissimo talento e di un’estrema serietà. Hanno affrontato il lavoro con uno spirito di responsabilità che io, alla loro età, probabilmente non avevo. Sono stati incredibilmente disciplinati e hanno abbracciato immediatamente l’obiettivo del workshop.
Il nostro obiettivo era uno solo: dare coscienza all'inanimato. Ma cos’è la coscienza in questo caso? È un gesto, un’azione che proviene da qualcosa che, nella realtà, non può agire. La sfida è riuscire a trovare un linguaggio fisico, un movimento che sia credibile, vero e autentico, capace di comunicare attraverso il cinema una storia, un’intenzione o un’emozione.
Questo è ciò che fa un animatore passo uno: dona coscienza a qualcosa che, oggettivamente, non ne ha. È bellissimo il cortocircuito che si crea nel nostro cervello quando guardiamo un film in stop-motion, che sia puppet animation, claymation o il cinema surreale di Švankmajer. Sappiamo che ciò che stiamo osservando è inanimato, eppure su quello schermo succede qualcosa: i pupazzi si animano, sembrano soffrire, sembrano vivere e patire le nostre stesse pene. È la cosa più bella che ci sia.
Mentre per quanto riguarda le tue ispirazioni cosa c’è all’origine di quell’intenzione ?
Ciò che mi interessa di più, com’è facile immaginare, è il perturbante: quel sentimento sospeso tra attrazione e repulsione. Mi affascina tutto ciò che scaturisce dall'evento assurdo, dal fantastico che non può essere razionalizzato o spiegato attraverso la logica.
Noi siamo figli di una civiltà che, in un certo senso, ha ucciso Dio, la tradizione popolare e il mito in nome di un'iper-scientificità e di un’ideologia del progresso che va oltre questi concetti. Tuttavia, dentro di noi sopravvive un desiderio di stupore e di meraviglia che la razionalità non riesce a colmare.
Nei miei film cerco di mettere in scena esattamente questo: c'è un territorio ordinario, quello di tutti i giorni, in cui improvvisamente avviene qualcosa di impossibile e assurdo. Questo evento mi dà l’opportunità di indagare ciò che mi sta più a cuore: l’animo umano.
Sono convinto che solo attraverso il fantastico si possa capire davvero chi è l'uomo. Il fantastico è un veicolo che non ammette ipocrisie: non permette di mentire, ma ti costringe a mostrare ciò che sei veramente. Ti mette a nudo nelle tue paure, nei tuoi desideri e nelle tue idiosincrasie, rivelando come l'essere umano possa essere, contemporaneamente, una vetta straordinaria di poesia o un baratro terribile di miseria e dolore.


