Rinfrescarsi con The Hateful Eight
Ci sono certi film che si sentono sulla pelle. Quando l’immagine sullo schermo non è più un semplice testo da leggere, ma la sola realtà concepibile e abitabile - eccetto qualche piccola fuga nel cestello dei popcorn o, alla peggio, al bagno - ecco che ogni storia proiettata diviene un po’ anche la nostra, e con essa i suoi personaggi, la sua ambientazione, la sua atmosfera. Se è vero che guardare un film può considerarsi un’esperienza sinestetica capace di coinvolgere attivamente non solo occhi e orecchie, ma il nostro corpo nella sua interezza percettiva, allora è doveroso conservare almeno la speranza che il cinema possa rinfrescarci la pelle in questi giorni d’estate che sembrano caldi come non mai - e no, non parlo dell’aria condizionata delle sale. Questo articolo infatti vuole essere un invito a barricarsi ancora una volta in casa, munirsi del nostro schermo preferito e armarsi di un film freddo, freddo come non mai. Perché “vivere l’esperienza del film - tutt’altro che semplicemente vederlo o assistervi - interessa lo spettatore nella sua fisicità corporea, nella sua sensualità e carnalità”, come scrisse Vivian Sobchack a proposito della sua teoria della visione incarnata. E Quentin Tarantino ne sa certamente qualcosa.
Laddove i gelati e i tanti “Cinema sotto le stelle” che affollano ogni città non dovessero bastare per fronteggiare il caldo che ci immerge per tre mesi in una vasca di stordimento, con The Hateful Eight il regista di Pulp fiction sembra tendere la mano per trarci in salvo. Uscito nel 2015 e accompagnato da musiche originali di Ennio Morricone, sin dai primi istanti il film imprigiona lo spettatore - così come lo sguardo dominato dal monocromo bianco, l’udito assediato dai sibili del vento, i peli stizziti dalla bufera di neve che infuria - nel nulla più assoluto. Poco importa scoprire che siamo nel Wyoming del 1877, poiché l’universo sembra restringersi al microcosmo delimitato dai quattro lati dello schermo. In questo spazio sospeso e a un tempo così reale, mentre la tormenta sfalda ogni sfumatura, sopravvivono solo il bianco della neve e il nero della carrozza che si fa strada nella bufera. Bianco e nero: una dicotomia tanto semplice da divenire profeta e ingannatore, che forse suggerisce ai nostri occhi la confortevole idea dell’eterna lotta tra il bene e il male, ma forse ci avverte della violenza con cui l’essere umano distrugge l’ordine della natura. Le alture sulla linea dell’orizzonte ci consolano o ci isolano? La carrozza che soccorre il generale Marquis Warren (Samuel Jackson) sarà fonte di salvezza o di condanna? Cercare risposte per ora è impossibile, ma già lo schermo assale lo spettatore con infinite domande. Alla cinepresa, allora, non resta che concentrarsi sull’essere umano cercando riparo in quel sottile spazio che si frappone tra le menti e le parole dei protagonisti del film.


Soccorsi dal cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russel) nel pieno di una bufera di neve, il generale Marquis Warren e lo sceriffo Chris Mannix (Walton Goggins) ottengono un passaggio in carrozza verso la locanda di Minnie, dove aspetteranno migliori condizioni climatiche per poter ripartire verso la cittadina di Red Rock. John Ruth è lì diretto per consegnare alla legge la latitante Daisy Domergue (interpretata da un’incredibile Jennifer Jason Leigh), che tiene in vita e ammanettata a sé perché “when the handbill says Dead or Alive, John Ruth always tries to bring 'em back alive. That's why they call 'em The Hangman. When The Hangman catches you, you don't die by a bullet in the back. When The Hangman catches you... you hang”. Tuttavia, una volta giunti al rifugio non sarà Minnie ad accogliere i quattro nuovi arrivati, ma altri quattro sconosciuti la cui identità è costantemente interrogata dal nostro sguardo e dai protagonisti stessi. Nella locanda di Minnie, fidarsi dell’Altro e delle storie che porta con sé diviene insostenibile, e lo spettatore non può che avere fame di verità in questa trama di finzioni in cui il bene e il male non sono più entità distinte.
Il salone si afferma sin da subito come un palcoscenico teatrale che sopprime ogni possibilità di evasione per permettere ai gesti, agli sguardi e alle parole di assumere tutta la loro concretezza. E, proprio come a teatro, colonna portante dello spettacolo è la costruzione dei personaggi, i cui contorni sono definiti da quei tratti netti al limite del caricaturale che pochi come Tarantino sanno attribuire senza mai sfociare nel ridicolo o nel moralistico: quelli del film sono personaggi che sembra quasi di conoscere già, perfetti nell’essere quello che ci aspettiamo che siano, eppure così fragili nella loro menzogna. Forse, infatti, sono fin troppo perfetti. Forse, infatti, sono fin troppo prevedibili. Il film gioca così con le nostre aspettative e sembra chiederci se siamo davvero così sicuri delle nostre certezze.


Ulteriore cifra distintiva del film è la commistione di tutti quei generi - western, thriller e giallo in primis - che hanno sempre affascinato Tarantino connotandone a loro volta la ricerca cinematografica. Se alcuni vi hanno visto i Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, altri hanno interpretato la pellicola come un ritorno del regista al suo primo lungometraggio, Le iene, e alla sua eterna passione per gli spaghetti western. Ma, ben lontano dai picchi stravaganti e rivoluzionari raggiunti da Kill Bill, Tarantino sembra lavorare come con un blocco di marmo e uno scalpello: andando a levare, colpo dopo colpo, ogni materiale in eccesso per risalire ai suoi tratti essenziali e talvolta contraddittori. E senza risposte certe rimarremo fino alla fine della pellicola.
Ho pensato: "E se io facessi un film con nient'altro che questi personaggi? Nessun eroe, nessun Michael Landon. Solo un mucchio di pessimi soggetti in una stanza a raccontare storie del loro passato, che potrebbero essere vere, oppure no. Intrappola quei tipi in una stanza con fuori una bufera di neve, dà loro delle armi, e sta' a vedere cosa succede”. (Q. Tarantino)
Quel che succede sono 187 minuti di una tensione incessante e sommessa, che trova una voce proprio in quella gelida bufera che bussa alle porte della scena senza sosta e che, in fin dei conti, soffia via il caldo sulla nostra pelle. I camini e i caffè bollenti della locanda non bastano per catapultarci nuovamente nel clima estivo, perché è in quella penombra in cui ogni cosa è contemporaneamente messa in luce e nascosta che attendiamo scalpitanti la miccia che accenda ogni verità. Quello di The Hateful Eight è un freddo che abbiamo provato guardando The Shining o, più recentemente, la fotografia rarefatta di Vermiglio: un freddo impossibile da arginare, che diviene protagonista al punto da penetrare ogni cosa, ogni mente e ogni parola. Fredda è la tormenta, freddi sono i vestiti, fredda è la mano di un cacciatore di taglie e freddo è un inganno. Freddo, infine, sarà l’epilogo della storia.
Buona bufera


