Sirāt, o della retta via che non esiste


La cassa dritta prende a pugni lo sterno, il corpo si disarticola, la mente fa un balzo. Nel deserto popolato di fratelli un passo segue l’altro con la testa china in guardia come a caricare il colpo sul ring.
In Sirāt (2025) di Óliver Laxe un padre, Luis (Sergi López) cerca con l’altro figlio Esteban (Bruno Núñez Arjona) insieme alla cagnetta Pipa, la figlia scomparsa, forse unitasi a una comunità di raver. Nel deserto marocchino si uniranno a una carovana di raver che vivono di festa in festa, sempre più nel deserto profondo, fino alla fine tragica.
Di Bigui, Stef, Josh, Tonin e Jade sappiamo solo che hanno rigettato le regole del vivere borghese e questa è la vita che si sono scelti: una famiglia nella sabbia, le stelle come tetto.
In questo road movie atipico, che sempre più si rarefa e lascia sfaldare la trama che vive di sterminate distese manca l’elemento di vittoria sulla strada che contraddistingue i road movie classici; qui ll deserto marocchino, girato in parte nelle province spagnole di Teruel e Saragozza per ragioni fiscali ma indistinguibile nell'aridità, mastica l'umano e lo lascia agonizzante. O forse è l'ambiente che finalmente si ribella a secoli di dominio coloniale e sottomette finalmente l’uomo bianco che torna, sazio, a prendere di nuovo possesso della terra che ha faticosamente abbandonato. Il mondo di Sirāt è sulle soglie della Terza Guerra Mondiale ma i raver non si curano delle cose mondane, bisogna andare, correre, ballare, sudare. Neanche quando si scontrano con la povertà più assoluta delle file eterne per una tanica di benzina sembrano essere colti da un dubbio, come nuovi mistici la realtà non li tocca.
Laxe gioca all'Apocalisse: né la famiglia nucleare da cui proviene Esteban né la famiglia elettiva dei raver vengono risparmiate. La normalità borghese non salva, la libertà radicale nemmeno. Il deserto non distingue tra stili di vita: processa corpi, non biografie. Le morti in scena, che si susseguono sfidando lo spettatore abituato alla grammatica del thriller o del dramma sono prive di momenti di costruzione di tensione, come se avvenissero nella realtà.
Il Super 16mm del direttore della fotografia Mauro Herce possiede una grana che sembra bruciare restituendo i colori del deserto nel pieno della luce e nel buio pesto in cui si muovono i personaggi. Laxe avvicina la camera nei momenti di festa, quasi travolta, poi la allontana fino a far sparire i personaggi nella sabbia. La colonna sonora di Kangding Ray, producer francese techno sperimentale e premiata col Cannes Soundtrack Award è perfetta nel costruire l’architettura del film inscindibile dalle immagini con pezzi di hypnotic techno che man mano si sciolgono nella musica ambient.
Il Sirāt è, nella tradizione islamica, il ponte che ogni anima deve attraversare dopo la morte per raggiungere il Paradiso. Teso sopra l'Inferno, più sottile di un capello e più tagliente di una spada. La parola significa semplicemente "strada, via, cammino" ed è la stessa che apre la Fātiḥa: "guidaci sulla retta via". Il film intero è il ponte: stretto, tagliente, sospeso sul vuoto. I personaggi lo percorrono tutti. Nessuno arriva dall'altra parte indenne, perché Laxe non distingue tra giusti e peccatori, e questa indifferenza è la cosa più crudele del film.


La cassa dritta prende a pugni lo sterno, il corpo si disarticola, la mente fa un balzo. Nel deserto popolato di fratelli un passo segue l’altro con la testa china in guardia come a caricare il colpo sul ring.
In Sirāt (2025) di Óliver Laxe un padre, Luis (Sergi López) cerca con l’altro figlio Esteban (Bruno Núñez Arjona) insieme alla cagnetta Pipa, la figlia scomparsa, forse unitasi a una comunità di raver. Nel deserto marocchino si uniranno a una carovana di raver che vivono di festa in festa, sempre più nel deserto profondo, fino alla fine tragica.
Di Bigui, Stef, Josh, Tonin e Jade sappiamo solo che hanno rigettato le regole del vivere borghese e questa è la vita che si sono scelti: una famiglia nella sabbia, le stelle come tetto.
In questo road movie atipico, che sempre più si rarefa e lascia sfaldare la trama che vive di sterminate distese manca l’elemento di vittoria sulla strada che contraddistingue i road movie classici; qui ll deserto marocchino, girato in parte nelle province spagnole di Teruel e Saragozza per ragioni fiscali ma indistinguibile nell'aridità, mastica l'umano e lo lascia agonizzante. O forse è l'ambiente che finalmente si ribella a secoli di dominio coloniale e sottomette finalmente l’uomo bianco che torna, sazio, a prendere di nuovo possesso della terra che ha faticosamente abbandonato. Il mondo di Sirāt è sulle soglie della Terza Guerra Mondiale ma i raver non si curano delle cose mondane, bisogna andare, correre, ballare, sudare. Neanche quando si scontrano con la povertà più assoluta delle file eterne per una tanica di benzina sembrano essere colti da un dubbio, come nuovi mistici la realtà non li tocca.
Laxe gioca all'Apocalisse: né la famiglia nucleare da cui proviene Esteban né la famiglia elettiva dei raver vengono risparmiate. La normalità borghese non salva, la libertà radicale nemmeno. Il deserto non distingue tra stili di vita: processa corpi, non biografie. Le morti in scena, che si susseguono sfidando lo spettatore abituato alla grammatica del thriller o del dramma sono prive di momenti di costruzione di tensione, come se avvenissero nella realtà.
Il Super 16mm del direttore della fotografia Mauro Herce possiede una grana che sembra bruciare restituendo i colori del deserto nel pieno della luce e nel buio pesto in cui si muovono i personaggi. Laxe avvicina la camera nei momenti di festa, quasi travolta, poi la allontana fino a far sparire i personaggi nella sabbia. La colonna sonora di Kangding Ray, producer francese techno sperimentale e premiata col Cannes Soundtrack Award è perfetta nel costruire l’architettura del film inscindibile dalle immagini con pezzi di hypnotic techno che man mano si sciolgono nella musica ambient.
Il Sirāt è, nella tradizione islamica, il ponte che ogni anima deve attraversare dopo la morte per raggiungere il Paradiso. Teso sopra l'Inferno, più sottile di un capello e più tagliente di una spada. La parola significa semplicemente "strada, via, cammino" ed è la stessa che apre la Fātiḥa: "guidaci sulla retta via". Il film intero è il ponte: stretto, tagliente, sospeso sul vuoto. I personaggi lo percorrono tutti. Nessuno arriva dall'altra parte indenne, perché Laxe non distingue tra giusti e peccatori, e questa indifferenza è la cosa più crudele del film.
