Small Talk - La classe non è acqua, ma costa 30.000 euro

Diletta Coluccia

10/3/20264 min read

Ogni anno, durante la festival season, aggiorno il mio Letterboxd più o meno regolarmente, ma c’è una cartella che non dimentico mai di aggiornare: Brecce ai Festival. Lo faccio con assoluta religiosità e, per introdurvi con la giusta solennità alla mia personalissima epifania di questa stagione, avuta durante la 79ª edizione del Festival di Locarno, Iniziamo da un sentimento comune che, prima o poi, attanaglia tutti.

Avete presente quel senso di inadeguatezza che nasce realmente da fuori, e non da dentro, dal confronto con gli altri? Quel momento in cui ci ritroviamo a riflettere e a soppesare, in maniera più o meno sbrigativa, tutta una serie di assunzioni sul nostro conto: cosa abbiamo fatto giusto, cosa abbiamo sbagliato fino a questo momento, dove siamo arrivati e, soprattutto, dove avremmo dovuto essere. È da questo bilancio, spesso impietoso, che finiamo per decidere se sia arrivato o meno il momento di una scelta drastica, di una svolta capace di rimettere in carreggiata la nostra vita.

Ecco, Charlie, la protagonista di Small Talk di Mateo Ybarra (2026), sembra trovarsi esattamente in quel limbo lì. Prima di trasferirsi a Dubai per far decollare la propria carriera nell’industria della moda, decide di mettere a tavolino una serie di soft skills da sviluppare per rendere la propria figura professionale più completa. Il prologo, se così possiamo chiamarlo, è già di per sé allettante: la protagonista che stiamo per seguire è una giovanissima donna francese, ambiziosa quanto basta da mettersi in discussione e disposta a investire su se stessa pur di raggiungere i propri obiettivi. E lo fa in maniera tutt’altro che indifferente, decidendo di iscriversi a una scuola di etiquette dai costi decisamente proibitivi, l’Institut Villa Pierrefeu, dove per oltre 30.000 euro si promette di affinare quelle competenze sociali e quei codici comportamentali che, almeno sulla carta, dovrebbero fare la differenza tra una professionista qualunque e una donna pronta a muoversi nei circoli più esclusivi del mondo del lavoro.

Pronta ad affinare l’arte delle buone maniere, Charlie si rende ben presto conto che, per quanto il feminism washing e le formule di empowerment talk che circondano l’impresa in cui si sta per imbarcare siano perfetti per la sua tenacia, i valori reali attorno a cui ruotano i corsi educativi sono molto meno moderni e in linea con la sua identità.

Nell’Institut Villa Pierrefeu le chiacchiere su “amore, politica e soldi” sono assolutamente proibite; Charlie ama disquisire di tutto ciò che è “amore, politica e soldi”.

Charlie, interpretata con una naturalezza disarmante da Hélène Bares, si ritrova così immersa in un ambiente distante anni luce dal suo modo di essere: tra donne d’affari dalla carriera già avviata, beneficiarie di patrimoni familiari e persone che sembrano aver interiorizzato da sempre le regole della buona società, la sua personalità un po’ svagata e la sua goffaggine appena accennata finiscono inevitabilmente per distinguerla.

Perché, alla fine, la nostra protagonista non appare mai completamente fuori posto, ma i suoi tentativi di adattarsi al contesto sono costruiti quel tanto che basta da rendere visibili le regole implicite di un mondo che, a quanto pare, si può imparare ad abitare. Le insegnanti sono disposte ad aiutarla, le compagne la accolgono senza particolari resistenze e il vero conflitto si sposta lentamente altrove: dentro di lei, nel modo in cui comincia a fare i conti con i valori, le convenzioni e i codici sociali che il corso le impone.

Una storia di ordinaria complessità che Ybarra decide di seguire attraverso le coordinate di una docufiction: l’istituto è reale, così come le cadette, il corso e il suo costo assolutamente proibitivo; per quanto riguarda la performance della protagonista e le relative critiche ai suoi progressi, è invece difficile stabilire dove finisca la finzione e dove inizi la realtà. Ma, in fondo, non è questo che ci interessa.

La scelta di Ybarra di mantenere uno sguardo apparentemente neutrale si rivela abile proprio in questo: osservare il cambiamento senza sottolinearlo, lasciando che siano le pause, le risatine nervose, gli sguardi e la prossemica dei personaggi a rivelare, nei momenti cruciali, le crepe di un universo privilegiato sorprendentemente ambiguo, quasi alieno, in cui persino la gestione del personale domestico diventa materia di lezione.

Per cui ogni frame possiede una potenziale vena umoristica, ma il modo in cui questa viene fatta emergere per tutta la durata del film è davvero esilarante: il montaggio è attentissimo ai tempi morti, alle esitazioni e alle reazioni fuori copione. I rapidi cambi di camera e le carrellate all’indietro restituiscono progressivamente la protagonista al contesto che la circonda, con un contrasto talmente evidente che, alla fine, ci si immagina le possibili gag con tanto di personaggi macchiettistici.

E potete solo immaginare il potenziale comicità raggiungibile dalla pagina Letterboxd di questo film. Per scoprirlo, però, dovremo ancora aspettare la sua distribuzione: nel frattempo, vi lascio qui le mie recensioni preferite.

When a group of women use the language of feminism to devote themselves to the world's most elite and conservative industry—and to its most reactionary discipline—a sense of absurd helplessness and truth emerges.

  • -Review by csk423

How to hold a fork in 200 different ways (all European, of course).
Unexpectedly relatable.
Really fun watch, especially if you're kind of socially awkward.

- Review by timCL