The Florida Project: questione di prospettiva
Il concetto di estate, come dolce tempo sospeso entro i margini di una quotidianità in apparenza inesauribile, richiama la bolla temporale e spaziale vissuta durante l’infanzia. Forse è proprio il ricordo di quella assoluta semplicità, o la capacità di vivere pienamente il “qui ed ora” - che crescendo diventa un miraggio - ad avvolgere il periodo estivo di un'aura di ambita serenità, alimentata dalle immagini sfocate, ma persistenti, custodite nella memoria.
Per quanto sia vivido il ricordo delle estati di infanzia, è estremamente difficile ritrovare quelle precise sensazioni, percepire nuovamente quel particolare sapore, quel definito rumore.
Lo sguardo attraverso cui ci si relaziona al mondo si trasforma, perde l’essenzialità degli occhi infantili e si arma di strumenti ulteriori non necessari, poiché l’età adulta distorce e cambia.
Il regista indipendente americano Sean Baker sperimenta un arguto gioco di prospettiva quando nel 2017 scrive The Florida Project, film tramite il quale, nel ricercare il filtro più adatto per narrare una sfaccettatura di mondo, adotta un canale potente e immediato: lo sguardo della piccola e irrequieta Moonee e dei suoi compagni di scorribande Scooty e Jansey, tre giovanissimi protagonisti alle prese con la quotidianità durante la calda pausa estiva nei pressi della cittadina di Orlando, alle spalle di Disney World.
Tuttavia Baker non pone di fronte ad un’estate sognante ed idillica, il contesto ritratto è crudelmente reale, il gioco sta nel linguaggio scelto per raccontarlo.
The Florida Project rifugge rappresentazioni artificiosamente complesse della realtà e nega ragionamenti tortuosi e vani, immergendo lo spettatore entro un universo cromaticamente vivido e luminoso, capace di intrappolarlo percettivamente fin dalle prime immagini.
Lo spazio entro cui si muovono i protagonisti, dotato di voce al pari di questi ultimi, è un quartiere periferico caratterizzato dall’alternarsi di caseggiati dalle tinte accese e dalle forme insolite. Tra essi si staglia il Magic Castle, un motel color lilla la cui facciata sgargiante pare richiamare l’atmosfera artificiosamente fiabesca del parco a tema adiacente. Entrando però nelle sue stanze e seguendo la quotidianità dei suoi abitanti - solo in minima parte turisti, perlopiù famiglie e individui in grave difficoltà economica - squaderna un ambiente che perde le sue tinte confetto e si rivela nella sua cruda disfunzionalità.
Baker porta sullo schermo una porzione di realtà spesso invisibile, abitata da persone oppresse da un mondo che non funziona con equilibrio: giovani madri costrette a crescere i figli nelle stanze di un motel, uomini e donne esclusi dal tessuto sociale e confinati ai margini della periferia di Orlando.
Il regista rappresenta questa dimensione, non scegliendo una fotografia cupa, ma restituendo immagini a tratti favolistiche dai colori saturi e pastello, in netto contrasto con la precarietà economica raccontata.
Proprio tra i corridoi del motel, corrono, gridano, giocano e inventano storie i tre impavidi avventurieri, come farebbe qualsiasi bambino annoiato dall’estate. Sfruttano i frammenti di reale a loro disposizione per escogitare avventure e guai da tenere in segreto, tutto questo osservando minuziosamente e muovendosi nel chiassoso e strambo mondo dei grandi, reinterpretato dalla loro immaginazione e dunque trasformato in un gioco euforico e divertentissimo.La stessa regia dimostra concretamente di aderire alla loro prospettiva, collocando quasi sempre la cinepresa ad altezza bambino, mai posta per osservarli dall'alto; li segue nei loro continui spostamenti condividendone il punto di vista anziché limitarlo a oggetto di osservazione. I bambini finiscono così per occupare il centro dell'inquadratura e del mondo stesso, diventando, come dichiarato da Baker, “i re e le regine del loro regno”. Lo spettatore non li osserva, ma corre insieme a loro.
Quel mondo adulto da essi spiato costituisce un controcampo silenzioso lungo l’intero film.Baker senza ricadere nel giudizio morale ne mette in luce storture e contraddizioni, come mostra la parabola di Haley, madre di Moonee, che, schiacciata dalla costante mancanza di denaro, escogita stratagemmi di varia natura, rasentando l’illegalità. Mentre lo spettatore entra in contatto con la drammatica dimensione di Haley e la gravità della sua situazione, la vede amare profondamente la figlia attraverso gli strumenti che il contesto abitato le mette a disposizione.


A cercare di tenere insieme i pezzi del Magic Castle e di preservare un precario equilibrio all’interno di una comunità costantemente sull’orlo della disgregazione, è Bobby, il manager del motel, un Willem Dafoe candidato all’Oscar per questo ruolo.
Il suo sguardo, tra quello sognante dei bambini e quello dei grandi, oppresso dalla realtà, è malinconicamente consapevole, e sempre premurosamente attento alla cura delle persone più o meno adulte che lo circondano. Le frequenti inquadrature in primo piano di Bobby sembrano rappresentare il canale di contatto diretto tra il film e lo spettatore che condivide in parte la percezione disillusa e preoccupata del personaggio di fronte al mondo che osserva.
Ed è proprio la lucida comprensione delle dure e ingiuste dinamiche, che il film mai tenta di occultare, a entrare continuamente in collisione con la prospettiva ingenua scelta da Baker per veicolare il reale.
The Florida Project, affidato prevalentemente al punto di vista di Moonee, vede e decifra le oggettive difficoltà attraverso il suo sguardo e il suo linguaggio. Un meccanismo che emerge sia nell’estetica del film, rivelatrice del modo attraverso cui la giovane protagonista continua ostinatamente a guardare il mondo, sia nel linguaggio narrativo di natura ellittica impiegato.
Esemplificative sono le scene che mostrano Moonee in vasca da bagno giocare con i suoi pupazzi, con la musica di sottofondo ad alto volume, quasi volta a creare un sipario uditivo tra quanto sta accadendo nell’altra stanza e l’ovattata percezione della bambina. La prostituzione della giovane madre non viene palesata direttamente, ma suggerita gradualmente allo spettatore attraverso una serie di indizi disseminati nel racconto. Ad esempio, non vediamo l’uomo entrare nella stanza di Haley, ma vediamo Moonee intenta a fare il bagno e a giocare per più scene consecutive, lo spettatore intuisce, fino a che il film non giunge ad offrire indizi e conferme a quanto presagito.
Allo stesso modo, nelle sequenze precedenti quando appare Haley intenta a farsi scattare delle foto in intimo dalla figlia, il pubblico coglie il significato della scena e la finalità delle foto, al contrario della bambina, che vive quello strano momento come un gioco, imitando le pose della madre.
E’ questa stridente discrasia fra l’effettiva realtà, da noi anticipatamente colta (un mondo in totale povertà e degrado, colpito dall’ingiustizia che vede una comunità di bambini, domiciliati in un motel, venir privati della propria infanzia) e la postura sognante e inconsapevole attraverso cui viene vissuta dai piccoli protagonisti, a sferrare un pugno nello stomaco di chi guarda The Florida Project.
Eppure lo sguardo che funge da filtro nella fruizione del film, pur contrassegnato da una natura ingenua, non è mai superficiale, bensì tagliente ed estremamente profondo. I bambini del Magic Castle osservano con occhio attento e sensibile il mondo e le persone che li circondano, captano vibrazioni emotive, avvertono la paura negli occhi degli adulti, percepiscono il dolore senza possedere ancora gli strumenti per nominarlo. Entrano continuamente in contatto con la realtà, ma la attraversano e trovano soluzioni alle difficoltà che la costellano a proprio modo.
Come il potente epilogo suggerisce, le loro azioni e comportamenti mostrano quanto l’immaginazione non cancelli la sofferenza, ma rappresenti l'ultimo rifugio possibile di fronte a una realtà troppo grande per essere compresa.
E, forse, è proprio questa la prospettiva dimenticata dall’universo adulto, contro il quale lo sguardo e il linguaggio essenziale dei bambini - paradossalmente - si dimostrano essere l’unico canale in grado di restituire un’immagine credibile della complessità inenarrabile del nostro mondo.


