Trainspotting: chi sceglie di non scegliere


A trent’anni dalla sua uscita, Trainspotting di Danny Boyle resta uno degli film più riconoscibili e controversi degli anni Novanta. Tratto dal romanzo di Irvine Welsh, il film si apre con il celebre monologo di Mark Renton “scegliete la vita… Io ho scelto di non scegliere la vita” che funziona come una dichiarazione di poetica: rifiuto del conformismo, ironia corrosiva e sospensione del giudizio morale. Fin dall’incipit, Boyle inscrive la sua storia dentro un’estetica dichiaratamente underground, dove la provocazione non è fine a se stessa ma strumento di osservazione e lente attraverso cui leggere un’intera generazione culturale. In una Edimburgo periferica si muove una costellazione di personaggi tossicodipendenti che incarnano diverse declinazioni della fuga e della stasi. Renton sceglie l’eroina come gesto di negazione sociale; accanto a lui gravitano il candido Spud, l’istrionico Sick Boy, la violenza imprevedibile di Begbie e la fragilità di Tommy, destinato alla deriva più tragica. In questo microcosmo la dipendenza appare come una paradossale semplificazione dell’esistenza: avere un solo problema, l’eroina, sembra preferibile nell'affrontare la complessità del vivere. È una provocazione che il film espone senza trasformarla in tesi ideologica, lasciando emergere le contraddizioni dei personaggi senza incanalarle in una morale precostituita.


Trainspotting non è un pamphlet contro la droga né un’opera moralistica. La sostanza è il tema, non la conclusione. Boyle traduce la degradazione in invenzione visiva, alternando realismo brutale e slittamenti surreali. La celebre immersione di Renton nel water di un pub sintetizza questa poetica: non c’è compiacimento, ma una rappresentazione della dipendenza come esperienza sensoriale e narrativa. L’ironia impedisce il melodramma e sostituisce il disgusto con una lucidità grottesca. I personaggi non vengono spiegati psicologicamente; vengono mostrati in azione, affidati al ritmo frammentario del racconto e a una messa in scena che privilegia l’impatto immediato rispetto all’analisi introspettiva.


La struttura del film è volutamente discontinua, fatta di episodi che talvolta sembrano slegati. Questa frammentarietà non è un difetto ma un principio espressivo: restituisce la percezione di una vita dominata dalla futilità e dall’immediatezza. Molti gesti appaiono inutili, circolari, destinati a non produrre cambiamento: dalla violenza gratuita di Begbie alle ricadute di Renton, fino alla tragica morte del bambino e al declino di Tommy. Anche il colpo di fortuna finale, con la vendita della droga e il furto del denaro da parte di Renton, non promette una vera redenzione. Più che una rinascita, suggerisce un movimento ambiguo: la possibilità di andare avanti lasciandosi alle spalle un mondo che continua a esistere, senza che questo comporti una reale trasformazione etica.
Un ruolo decisivo nella costruzione di questo universo è giocato dal linguaggio cinematografico. Boyle adotta una regia dinamica, fatta di montaggi serrati, carrellate improvvise e soluzioni visive che sfiorano il videoclip, riflettendo l’estetica pop degli anni Novanta. La colonna sonora, che spazia da Iggy Pop agli Underworld, non è un semplice accompagnamento ma un elemento strutturale che definisce il ritmo del racconto e l’identità generazionale dei protagonisti. La musica diventa una forma di commento emotivo, un controcanto che amplifica l’energia e la disperazione delle immagini, contribuendo a trasformare il film in un manifesto sonoro oltre che visivo.


In questo senso il film si configura come ritratto di uno smarrimento generazionale. I protagonisti sono figli del vuoto ideologico del post-thatcherismo, sospesi tra la fine delle grandi narrazioni politiche e l’avanzare di una globalizzazione ancora informe. Droga e degrado urbano diventano sintomi di una frustrazione collettiva. Mostrando questa realtà come una quotidianità possibile, Trainspotting espone un’ambiguità radicale: per alcuni una provocazione necessaria, per altri il rischio di una normalizzazione. La sua forza sta proprio in questa tensione irrisolta tra denuncia e fascinazione, tra critica sociale e attrazione per l’eccesso. La scelta di rappresentare figure che il cinema raramente osserva senza filtri consolatori contribuisce a rendere il film ancora oggi disturbante. Gli emarginati di Boyle non cercano redenzione e non vengono inscritti in un arco tragico tradizionale. La macchina da presa li segue con uno sguardo partecipe ma non indulgente, adottando un linguaggio scurrile e diretto che rifiuta ogni abbellimento poetizzante. La ribellione che ne emerge è confusa, contraddittoria, a tratti autodistruttiva, e proprio per questo sorprendentemente attuale. In un’epoca che tende a semplificare i conflitti sociali in narrazioni rassicuranti, il film continua a opporre la resistenza di vite disordinate e refrattarie a ogni categorizzazione. Anche la ricezione del film ha contribuito alla sua aura controversa. Accolto con entusiasmo da una parte della critica e del pubblico giovanile, è stato accusato da altri di estetizzare la tossicodipendenza. Questa ambivalenza riflette la natura stessa dell’opera, che rifiuta di guidare lo spettatore verso un giudizio univoco. Trainspotting chiede di essere abitato più che giudicato: la sua energia visiva e narrativa coinvolge lo spettatore in un’esperienza insieme seduttiva e respingente, costringendolo a confrontarsi con il proprio sguardo.


Le parole finali di Renton, eco deformata del monologo iniziale, suonano come un epitaffio ironico sulla promessa della normalità: scegliere lavoro, famiglia e consumi per poi interrogarsi su ciò che si è diventati. Il ritorno alla vita evocato dal protagonista non è una soluzione definitiva ma un compromesso carico di ambiguità. Trainspotting non offre consolazioni né risposte. Registra con energia visiva e sarcasmo la deriva di una generazione e la trasforma in un racconto emblematico della cultura underground degli anni Novanta, lasciando allo spettatore il compito di confrontarsi con la sua scomoda vitalità e con le domande irrisolte che continua a sollevare sul senso della scelta e sulla fragilità della normalità.


A trent’anni dalla sua uscita, Trainspotting di Danny Boyle resta uno degli film più riconoscibili e controversi degli anni Novanta. Tratto dal romanzo di Irvine Welsh, il film si apre con il celebre monologo di Mark Renton “scegliete la vita… Io ho scelto di non scegliere la vita” che funziona come una dichiarazione di poetica: rifiuto del conformismo, ironia corrosiva e sospensione del giudizio morale. Fin dall’incipit, Boyle inscrive la sua storia dentro un’estetica dichiaratamente underground, dove la provocazione non è fine a se stessa ma strumento di osservazione e lente attraverso cui leggere un’intera generazione culturale. In una Edimburgo periferica si muove una costellazione di personaggi tossicodipendenti che incarnano diverse declinazioni della fuga e della stasi. Renton sceglie l’eroina come gesto di negazione sociale; accanto a lui gravitano il candido Spud, l’istrionico Sick Boy, la violenza imprevedibile di Begbie e la fragilità di Tommy, destinato alla deriva più tragica. In questo microcosmo la dipendenza appare come una paradossale semplificazione dell’esistenza: avere un solo problema, l’eroina, sembra preferibile nell'affrontare la complessità del vivere. È una provocazione che il film espone senza trasformarla in tesi ideologica, lasciando emergere le contraddizioni dei personaggi senza incanalarle in una morale precostituita.


Trainspotting non è un pamphlet contro la droga né un’opera moralistica. La sostanza è il tema, non la conclusione. Boyle traduce la degradazione in invenzione visiva, alternando realismo brutale e slittamenti surreali. La celebre immersione di Renton nel water di un pub sintetizza questa poetica: non c’è compiacimento, ma una rappresentazione della dipendenza come esperienza sensoriale e narrativa. L’ironia impedisce il melodramma e sostituisce il disgusto con una lucidità grottesca. I personaggi non vengono spiegati psicologicamente; vengono mostrati in azione, affidati al ritmo frammentario del racconto e a una messa in scena che privilegia l’impatto immediato rispetto all’analisi introspettiva.


La struttura del film è volutamente discontinua, fatta di episodi che talvolta sembrano slegati. Questa frammentarietà non è un difetto ma un principio espressivo: restituisce la percezione di una vita dominata dalla futilità e dall’immediatezza. Molti gesti appaiono inutili, circolari, destinati a non produrre cambiamento: dalla violenza gratuita di Begbie alle ricadute di Renton, fino alla tragica morte del bambino e al declino di Tommy. Anche il colpo di fortuna finale, con la vendita della droga e il furto del denaro da parte di Renton, non promette una vera redenzione. Più che una rinascita, suggerisce un movimento ambiguo: la possibilità di andare avanti lasciandosi alle spalle un mondo che continua a esistere, senza che questo comporti una reale trasformazione etica.
Un ruolo decisivo nella costruzione di questo universo è giocato dal linguaggio cinematografico. Boyle adotta una regia dinamica, fatta di montaggi serrati, carrellate improvvise e soluzioni visive che sfiorano il videoclip, riflettendo l’estetica pop degli anni Novanta. La colonna sonora, che spazia da Iggy Pop agli Underworld, non è un semplice accompagnamento ma un elemento strutturale che definisce il ritmo del racconto e l’identità generazionale dei protagonisti. La musica diventa una forma di commento emotivo, un controcanto che amplifica l’energia e la disperazione delle immagini, contribuendo a trasformare il film in un manifesto sonoro oltre che visivo.


In questo senso il film si configura come ritratto di uno smarrimento generazionale. I protagonisti sono figli del vuoto ideologico del post-thatcherismo, sospesi tra la fine delle grandi narrazioni politiche e l’avanzare di una globalizzazione ancora informe. Droga e degrado urbano diventano sintomi di una frustrazione collettiva. Mostrando questa realtà come una quotidianità possibile, Trainspotting espone un’ambiguità radicale: per alcuni una provocazione necessaria, per altri il rischio di una normalizzazione. La sua forza sta proprio in questa tensione irrisolta tra denuncia e fascinazione, tra critica sociale e attrazione per l’eccesso. La scelta di rappresentare figure che il cinema raramente osserva senza filtri consolatori contribuisce a rendere il film ancora oggi disturbante. Gli emarginati di Boyle non cercano redenzione e non vengono inscritti in un arco tragico tradizionale. La macchina da presa li segue con uno sguardo partecipe ma non indulgente, adottando un linguaggio scurrile e diretto che rifiuta ogni abbellimento poetizzante. La ribellione che ne emerge è confusa, contraddittoria, a tratti autodistruttiva, e proprio per questo sorprendentemente attuale. In un’epoca che tende a semplificare i conflitti sociali in narrazioni rassicuranti, il film continua a opporre la resistenza di vite disordinate e refrattarie a ogni categorizzazione. Anche la ricezione del film ha contribuito alla sua aura controversa. Accolto con entusiasmo da una parte della critica e del pubblico giovanile, è stato accusato da altri di estetizzare la tossicodipendenza. Questa ambivalenza riflette la natura stessa dell’opera, che rifiuta di guidare lo spettatore verso un giudizio univoco. Trainspotting chiede di essere abitato più che giudicato: la sua energia visiva e narrativa coinvolge lo spettatore in un’esperienza insieme seduttiva e respingente, costringendolo a confrontarsi con il proprio sguardo.


Le parole finali di Renton, eco deformata del monologo iniziale, suonano come un epitaffio ironico sulla promessa della normalità: scegliere lavoro, famiglia e consumi per poi interrogarsi su ciò che si è diventati. Il ritorno alla vita evocato dal protagonista non è una soluzione definitiva ma un compromesso carico di ambiguità. Trainspotting non offre consolazioni né risposte. Registra con energia visiva e sarcasmo la deriva di una generazione e la trasforma in un racconto emblematico della cultura underground degli anni Novanta, lasciando allo spettatore il compito di confrontarsi con la sua scomoda vitalità e con le domande irrisolte che continua a sollevare sul senso della scelta e sulla fragilità della normalità.
