Tristan Forever
"Tristan da Cunha" sussurrava esanime il motociclista morente all'angelo Damiel in una delle più evocative scene di Il cielo sopra Berlino. Il motociclista stava ricordando i momenti più importanti della sua vita e fra i tanti luoghi vissuti e rimembrati vi era proprio Tristan da Cunha, sperduta isoletta nell'Atlantico. Come un motociclista tedesco ai tempi della Berlino divisa potesse essere arrivato fin lì è una domanda che ci apre all'abisso delle possibilità infinite, fra le eterne suggestioni del capolavoro di Wenders.
Che l'isola di Tristan sia una suggestione è in fondo fuor di ogni dubbio, così difficile da toccare anche solo una volta (il viaggio in nave parte poche volte l'anno da Cape Town e dura diverse settimane). Tristan, che ispira continuamente i sognatori, torna allora come luogo dell'anima in Tristan Forever, opera che viaggia fra documentario e finzione presentata alla Berlinale nella sezione Panorama e diretta da Tobias Nölle e Loran Bonnardot (che è anche il protagonista).
A muovere Tristan Forever sono due domande: a che posto appartengono le persone? E ancora: dove finisce il mondo? L' idea della Finis Terrae ha in fondo sempre affascinato l'umanità e nei secoli diversi luoghi del pianeta sono diventati simbolo di un confine, di un limite invalicabile: Gibilterra, Capo Nord o il suo corrispettivo a Sud Capo Horn.
Oggi, immersi come siamo nell'iperconnessione in cui tutto è raggiungibile, la fine della terra pare spostarsi laddove si è lontani da tutto il rumore. E allora, dopo il capolavoro wendersiano, torniamo ancora al mito di Tristan da Cunha come moderna Finis Terrae: popolata da appena 200 anime, l'isola di Tristan è l'insediamento umano più lontano da qualsiasi altro centro abitato (il più vicino a Tristan è l'isola di Sant'Elena, anch'essa isola sperduta che si trova a più di 2000 km di distanza in linea d'aria).
Deve essere stato il tentativo di trovare la sua Finis Terrae a spingere Loran Bonnardot, ex medico francese, verso Tristan da Cunha. Dopo anni di permanenze saltuarie ed una fitta corrispondenza a distanza col suo amico Martin (nativo di Tristan) Loran decide di andare a vivere definitivamente a Tristan, lontano da tutto e tutti.
Non sappiamo quanto della storia di Loran che vediamo su schermo sia reale e quanto sia frutto di una riscrittura drammaturgica. Non è importante: proprio grazie alla sua capacità di trascendere continuamente la linea fra realtà e finzione Tristan Forever si tramuta in una sorta di documentario illuminato, figlio della tradizione del miglior Werner Herzog in cui lo sguardo documentario sulle cose si fa vivo, contemplativo, trascendendo l'abisso del reale verso il fantastico.
Loran è in cerca del suo posto dell'anima, un luogo in cui sentirsi finalmente a casa. La popolazione di Tristan, dopo un periodo di prova, deve votare per decidere se Loran può entrare ufficialmente a far parte della comunità locale. Fra il suo lavoro al supermercato e le esplorazioni dell'isola gettata nella chiaroscura luce del tardo pomeriggio Loran tenta di farsi un tutt'uno con quello scoglio arroccato, di renderlo la sua Finis Terrae: la destinazione finale della sua esistenza.
Ricorrendo continuamente a del materiale d'archivio Tristan Forever ci riporta agli anni '60 quando un'eruzione vulcanica costrinse i 264 Tristanesi a evacuare verso il Regno Unito (a cui l'isola appartiene). Dopo poco tempo la vita nel mondo civile divenne insostenibile e velocemente gli isolani scelsero di tornare a Tristan.
"Scelsero la libertà" ci dice il film stesso mentre scorrono le immagini dei volti segnati dalla vita degli isolani. Ma cos'è questa libertà? È conciliabile con la libertà ricercata da Loran, figlio del mondo moderno che tenta di rompere con ogni cosa e adagiarsi finalmente un letto da cui vedere il mare?
Tristan Forever vive nella suggestione infinita, un tentativo di approdo verso la Finis Terrae delle nostre anime filmata con una grazia brutale che sembra ricordare le onde che si abbattono sugli scogli di quest'isola irraggiungibile. Guardare quell'isola aspra muoversi e brulicare nelle inquadrature del film risveglia in noi sentimenti primordiali. Come Loran, che in dei campi sperduti tenta di trovare la sua luce, allo stesso modo chi guarda si immerge in un'estasi panica di pura mistica, verso il mistero di noi stessi.
"Alcune persone appartengono a molti luoghi" in fondo, e allora non resta che viaggiare, in cerca della propria infinita Finis Terrae. In cerca delle nostre tante, e personali, Tristan da Cunha.
"Tristan da Cunha" sussurrava esanime il motociclista morente all'angelo Damiel in una delle più evocative scene di Il cielo sopra Berlino. Il motociclista stava ricordando i momenti più importanti della sua vita e fra i tanti luoghi vissuti e rimembrati vi era proprio Tristan da Cunha, sperduta isoletta nell'Atlantico. Come un motociclista tedesco ai tempi della Berlino divisa potesse essere arrivato fin lì è una domanda che ci apre all'abisso delle possibilità infinite, fra le eterne suggestioni del capolavoro di Wenders.
Che l'isola di Tristan sia una suggestione è in fondo fuor di ogni dubbio, così difficile da toccare anche solo una volta (il viaggio in nave parte poche volte l'anno da Cape Town e dura diverse settimane). Tristan, che ispira continuamente i sognatori, torna allora come luogo dell'anima in Tristan Forever, opera che viaggia fra documentario e finzione presentata alla Berlinale nella sezione Panorama e diretta da Tobias Nölle e Loran Bonnardot (che è anche il protagonista).
A muovere Tristan Forever sono due domande: a che posto appartengono le persone? E ancora: dove finisce il mondo? L' idea della Finis Terrae ha in fondo sempre affascinato l'umanità e nei secoli diversi luoghi del pianeta sono diventati simbolo di un confine, di un limite invalicabile: Gibilterra, Capo Nord o il suo corrispettivo a Sud Capo Horn.
Oggi, immersi come siamo nell'iperconnessione in cui tutto è raggiungibile, la fine della terra pare spostarsi laddove si è lontani da tutto il rumore. E allora, dopo il capolavoro wendersiano, torniamo ancora al mito di Tristan da Cunha come moderna Finis Terrae: popolata da appena 200 anime, l'isola di Tristan è l'insediamento umano più lontano da qualsiasi altro centro abitato (il più vicino a Tristan è l'isola di Sant'Elena, anch'essa isola sperduta che si trova a più di 2000 km di distanza in linea d'aria).
Deve essere stato il tentativo di trovare la sua Finis Terrae a spingere Loran Bonnardot, ex medico francese, verso Tristan da Cunha. Dopo anni di permanenze saltuarie ed una fitta corrispondenza a distanza col suo amico Martin (nativo di Tristan) Loran decide di andare a vivere definitivamente a Tristan, lontano da tutto e tutti.
Non sappiamo quanto della storia di Loran che vediamo su schermo sia reale e quanto sia frutto di una riscrittura drammaturgica. Non è importante: proprio grazie alla sua capacità di trascendere continuamente la linea fra realtà e finzione Tristan Forever si tramuta in una sorta di documentario illuminato, figlio della tradizione del miglior Werner Herzog in cui lo sguardo documentario sulle cose si fa vivo, contemplativo, trascendendo l'abisso del reale verso il fantastico.
Loran è in cerca del suo posto dell'anima, un luogo in cui sentirsi finalmente a casa. La popolazione di Tristan, dopo un periodo di prova, deve votare per decidere se Loran può entrare ufficialmente a far parte della comunità locale. Fra il suo lavoro al supermercato e le esplorazioni dell'isola gettata nella chiaroscura luce del tardo pomeriggio Loran tenta di farsi un tutt'uno con quello scoglio arroccato, di renderlo la sua Finis Terrae: la destinazione finale della sua esistenza.
Ricorrendo continuamente a del materiale d'archivio Tristan Forever ci riporta agli anni '60 quando un'eruzione vulcanica costrinse i 264 Tristanesi a evacuare verso il Regno Unito (a cui l'isola appartiene). Dopo poco tempo la vita nel mondo civile divenne insostenibile e velocemente gli isolani scelsero di tornare a Tristan.
"Scelsero la libertà" ci dice il film stesso mentre scorrono le immagini dei volti segnati dalla vita degli isolani. Ma cos'è questa libertà? È conciliabile con la libertà ricercata da Loran, figlio del mondo moderno che tenta di rompere con ogni cosa e adagiarsi finalmente un letto da cui vedere il mare?
Tristan Forever vive nella suggestione infinita, un tentativo di approdo verso la Finis Terrae delle nostre anime filmata con una grazia brutale che sembra ricordare le onde che si abbattono sugli scogli di quest'isola irraggiungibile. Guardare quell'isola aspra muoversi e brulicare nelle inquadrature del film risveglia in noi sentimenti primordiali. Come Loran, che in dei campi sperduti tenta di trovare la sua luce, allo stesso modo chi guarda si immerge in un'estasi panica di pura mistica, verso il mistero di noi stessi.
"Alcune persone appartengono a molti luoghi" in fondo, e allora non resta che viaggiare, in cerca della propria infinita Finis Terrae. In cerca delle nostre tante, e personali, Tristan da Cunha.
