Un prima e un dopo Playing God. Intervista a Matteo Burani
In occasione della seconda edizione degli Stop e-Motion Days abbiamo incontrato Matteo Burani, regista del pluripremiato cortometraggio Playing God (2025) – disponibile per la visione su RaiPlay – e co-fondatore, assieme a Arianna Gheller di Studio Croma. Durante il festival, Matteo ha ricoperto il ruolo di presidente di giuria per il concorso degli International Shorts e ha concesso i suoi puppet per l’allestimento di una mostra dedicata proprio a Playing God presso la Sala Radici del Museo M9 di Venezia-Mestre.
Ciao Matteo, grazie di essere qui! Ti volevo chiedere: come e quando è nata la tua passione per la stop motion? Qual è stato il tuo percorso?
MATTEO BURANI: Personalmente è qualcosa che nasce parecchi anni fa, tra i banchi di scuola, al liceo - parliamo ormai di una quindicina d’anni fa. All’inizio, con alcuni amici, realizzavamo video live action usando delle action figure. Eravamo completamente immersi in questa attività: videocamera, personaggi, piccole storie… però c’era sempre un problema di espressività, perché si vedevano le mani.
Da lì abbiamo scoperto, quasi per caso, la stop motion. In quegli anni erano usciti film come Coraline, La sposa cadavere, Nightmare Before Christmas, e siamo rimasti folgorati. Quella tecnica ci ha aperto un mondo completamente nuovo. Abbiamo iniziato a costruire scenografie, a progettare vere e proprie città: palazzi, bar, parchi e poi naturalmente i personaggi.
Così sono nati i primi puppet, e con loro anche la curiosità di capire come realizzarli. Io, ad esempio, avevo fatto dei corsi di lavorazione del metallo, e ho iniziato a costruire armature con snodi, proprio come si vede nei backstage. Siamo andati avanti completamente da autodidatti, poi pian piano abbiamo conosciuto delle produzioni e affinato la tecnica. È stato un percorso guidato dalla costanza, da una passione molto forte e dalla voglia di capire fin dove potevamo arrivare.
Secondo te, rispetto ad altre tecniche, cosa può dare la stop motion in più allo spettatore?
MB: La stop motion è una tecnica profondamente legata alla materia, ma allo stesso tempo offre una libertà quasi totale. È una libertà che devi saper gestire: sei tu a darti dei limiti. Esistono delle strade già percorse, certo, ma è anche una tecnica di frontiera, a metà tra animazione e live action.
Puoi esplorare moltissime qualità espressive e comunicative. La sua forza principale sta nel fatto che tutto ciò che vedi è reale, costruito fisicamente. Sono ingegnerie, soluzioni artigianali che danno vita a un mondo visivo da zero. E poi c’è la magia: vedere qualcosa di concreto, immobile, prendere vita. Un puppet è un oggetto fermo, ma quando lo vedi animato diventa qualcosa di completamente diverso. È una sensazione unica.
Che effetto ti fa vedere i tuoi puppet fermi, magari in mostra, rispetto a quando li vedi animati?
MB: Nel mio studio li ho tutti esposti. Prima, per mancanza di spazio, erano chiusi in scatole, ma ora posso vederli ogni giorno. Per me sono come attori: personaggi che ho visto nascere da zero e attraversare un intero percorso.
Da fermi diventano quasi dei ricordi concreti. Mi piace pensare che, se un giorno tutto sparisse - file, hard disk, internet - rimangono comunque loro, come testimonianza fisica di quello che è stato. È una presenza reale, tangibile.


Parliamo di Playing God, che è davvero un lavoro straordinario. Da dove nasce l’idea?
MB: L’idea è nata nel 2017, in metropolitana a Milano. Tutto parte da un aneddoto su Apelle, un pittore greco famoso, che continuava a ritoccare le sue opere all’infinito, senza mai esserne soddisfatto. Anche dopo averle consegnate, tornava a modificarle.
Alla domanda sul perché lo facesse, rispondeva “dipingo per l’eternità”. Da lì è nata la riflessione: cosa succederebbe se un artista non fosse mai soddisfatto delle proprie creazioni, e queste fossero vive, senzienti? Che impatto avrebbe su di loro questo rifiuto continuo?
All’inizio doveva essere un cortometraggio di due minuti, ma la storia si è evoluta. È nato un mondo fatto di creature emarginate, scarti, una comunità che si sviluppa a partire da questo rifiuto. Abbiamo costruito una vera e propria lore.
La produzione è stata molto complessa: per anni è stato un continuo stop and go tra test, pitch, incontri con produttori. Alla fine abbiamo deciso di produrlo da soli. È stata una scelta difficile, ma ci ha permesso di non scendere a compromessi e di mantenere intatta l’intimità del progetto.
Dal punto di vista creativo, questo progetto ti ha cambiato?
MB: Assolutamente sì. C’è un prima e un dopo Playing God. È stata una palestra enorme, sia dal punto di vista tecnico che umano. Ho dovuto coordinare persone, dirigere anche ambiti lontani dal mio, come la musica, lavorare sul lato emotivo oltre che tecnico.
Mi ha dato una consapevolezza molto più ampia di cosa significhi realizzare un film.


E dal punto di vista del processo produttivo?
MB: Ti insegna che non puoi saltare le fasi. Un’idea ha bisogno di tempo: per essere sviluppata, messa in discussione, raffinata. Devi anche allontanarti, tornarci dopo mesi e capire se funziona ancora.
Questo vale per la scrittura, ma anche per la direzione artistica, per ogni dettaglio. È un processo che richiede pazienza.
Oggi, nel 2026, cosa significa fare stop motion in Italia? Che consiglio daresti a chi vuole iniziare?
MB: Fare stop motion in Italia a volte è come essere un rinoceronte in un acquario: qualcosa di fuori posto. Però le cose si stanno muovendo.
Molti talenti, purtroppo, vanno all’estero. Io però continuo a fare questo lavoro perché voglio vedere fin dove si può arrivare. Lo stesso approccio lo applico alla situazione italiana: capire cosa può diventare.
Mi piacerebbe vedere nascere una vera scena italiana dell’animazione, come esiste in Francia o in Spagna. Una comunità riconoscibile, con una sua identità, dei maestri, un’eredità.
Io sono partito senza riferimenti, senza una tradizione di maestri. Spero che in futuro questa rete possa crescere, che i “puntini” diventino abbastanza da tracciare delle linee.
Ed è proprio per questo che iniziative come la vostra sono fondamentali: creare comunità è il primo passo.
Ringraziamo nuovamente Matteo per il suo tempo.


