Venezia Cult 2026 - Intervista al fumettista Leo Ortolani
Durante la nostra permanenza al Lido per l’83sima Mostra del Cinema di Venezia, in occasione del Venezia Cult 2026 abbiamo avuto il piacere e l’onore di scambiare due parole con il fumettista Leo Ortolani: celebre creatore di Rat-Man – serializzato dal 1989 al 2017 – e, più recentemente, autore di Tapum, pubblicato a fine 2025 ed edito da Feltrinelli. Tra gli argomenti trattati: le esperienze di Leo alla Mostra, la parodia come omaggio nel fumetto e nel cinema, l’intensità emotiva e del percorso di ricerca dietro al suo ultimo lavoro e l’importanza della libertà autoriale, sia su carta che sullo schermo.
La vignetta di Ortolani realizzata per Venezia Cult


AP: Ti mancano le parodie al cinema o pensi che abbiano fatto il loro tempo?
LO: Parodie nel cinema dici tipo Treciento o quelle cose lì da spararsi un colpo in testa?
AP: No, più alla Mel Brooks o alla Zucker, diciamo.
LO: Allora, se tu mi parli di Frankenstein Junior, ok, Top Secret, ok. É un attimo, da quelle parodie, sbracare e fare cose come Scary Movie, queste cose che sono onestamente inguardabili. E quindi no, piuttosto fate un film comico che, se è bello, lo guardo. Mi riferisco ad esempio a quelle americane, che a volte non hanno il senso della misura e credono di fare umorismo nel gruppo di ragazzini fuori dalla scuola che si capiscono solo tra di loro. Per il resto devo dire che bisogna anche avere una bella cultura, una bella capacità di scrittura, perché un Frankenstein Junior, pur essendo una parodia del genere horror di Frankenstein eccetera, c’era di mezzo Gene Wilder. Robin Hood: Un uomo in calzamaglia dopo cinque minuti ho spento la televisione perché mi sentivo in imbarazzo per lui, perché, a mia opinione personale, era assolutamente inguardabile. Per cui, parodie sì, però fatte con cura.
AP: A fine dell’anno scorso, invece, hai pubblicato Tapum, un progetto nato da un libro di Andrea Pennacchi sulla Battaglia dell’Ortigara del 1917. É un fumetto veramente splendido e a dir poco commovente. Quanto è stato intenso per te realizzare un’opera così potente e diversa dai tuoi soliti lavori?
LO: Ma, onestamente, il viaggio della scrittura, soprattutto, è stato un viaggio molto intenso, potrei definirlo, perché io ho pianto spesso a scrivere questa storia. Anche perché io sono partito dalla Guerra dei Bepi di Andrea; poi mi sono reso conto che, appunto, erano quattordici pagine, cioè non potevo basare un’intera storia su quattordici pagine, che raccontava comunque, come dicevi prima, il dramma della battaglia dell’Ortigara, una delle battaglie più tragiche della Prima Guerra Mondiale. E quindi ho intrapreso tutta una serie di percorsi, di letture, di libri scritti anche da Emilio Lussu, che era tenente della Sassa dell’epoca; per cui, libri scritti da chi ha partecipato a queste battaglie. E quindi tutto quello che era il loro stupore, unito, se vogliamo, alla loro angoscia, però tenuto a bada, perché quando sei lì davanti sai che stai per andare a morire e, in qualche maniera, il tuo cervello ti protegge, però ti scivola dentro tutta questa materia; e ho cercato di rielaborarlo attraverso la storia di questo battaglione che non esiste, diciamo così per rispetto nei confronti di chi aveva combattuto. Però avevo bisogno di raccontare, più che altro, quello che succede a una persona quando si trova di fronte all’inevitabile: quindi, come si faccia anche a restare umani di fronte a una cosa così drammatica come la guerra, in cui ti ordinano di andare a uccidere per non essere ucciso. Io ho letto spesso di gesti dichiarati di eroismo, ma io ci vedo soltanto quel disperato bisogno di restare vivi. Cioè, come quel soldato che, finite le pallottole, rotea il fucile facendo fuori gli austriaci che lo circondano: ma lì non è eroismo, lì è che vuoi restare vivo. Perché? Perché sì, perché ti aggrappi disperatamente e non riesci a spiegarti come mai ti trovi lì, se non per aver fatto finta di nulla fino a che non era troppo tardi. E questa è una cosa che, secondo me, ci collega moltissimo anche al presente, perché viviamo in un momento in cui noi stiamo… non dico facendo finta di nulla, chi può parlare parla, però chi dovrebbe fare non sta facendo nulla; e piano piano stiamo andando verso un futuro che non è bellissimo. E spero che, in qualche maniera, questa cosa venga fermata. Comunque, a parte questo, intensissimo, sicuramente.




AP: Un'ultima domanda. Si dice che non tutto ciò che funziona sulla carta può funzionare su schermo, ma secondo te cosa funziona di più in un fumetto rispetto al cinema?
LO: Io direi che non trovo questa differenza, nel senso: la cosa che deve funzionare è la visione dell’autore o del regista. Perché, se… questo non lo dico io, tra l’altro, lo dice Gabriele Mainetti… se tutti coloro che lavorano a un film seguono la visione di chi lo fa, quel film, allora il film può anche avere delle pecche, può anche avere poco budget, però funziona. Se un film, invece, cercano di strattonarlo – “No, ma aspetta, mettici dentro anche questo” –, invece, cosa che purtroppo in questi ultimi anni viene fatta, allora la storia va fuori strada. È successo anche a me nei miei tentativi di trasporre ultimamente le mie cose per il piccolo schermo e, infatti, non siamo andati in porto, perché non era possibile arrivare a determinate, come dire, limitazioni. Cioè, nel senso: se io sono lo scrittore, se ti interessa quello che sia, mi devi lasciare scrivere; non devo scrivere quello che tu vuoi vedere sullo schermo, perché allora te lo fai da solo. E quindi io direi che l’unica discriminante tra una storia bella e una storia brutta, che sia a fumetti o nel cinema, sia la libertà di poterla portare. Poi dopo può anche essere brutta, puoi anche sbagliarti; però, nel momento in cui tu sei libero di farlo, allora puoi far sentire quello che hai dentro. Allora, poi dopo, verrà emesso un giudizio da parte del pubblico e da parte degli altri, ma se devono consentirti di farlo, non c’è altra via, secondo me. Poi, dopo, sai, uno è anche bravissimo a unire insieme tutto quanto: ci sono registi molto bravi che sono in grado anche di gestire le eventuali influenze che vengono dall’esterno, riescono anche a farne dei punti di forza, se vogliamo. Però, di base, ci deve essere un minimo di volontà di portare sullo schermo, su carta, quello che si intende portare. Che è un po’ una banalità da dire, però non sembra; però è così.
AP: Grazie mille per il tuo tempo, Leo.
LO: Grazie a te.
Andrea Piumarta: Ciao Leo! Tu sei ormai un ospite fisso delle fiere del fumetto…
Leo Ortolani: Anche delle sagre. Come Salvini, se c’è una sagra ci sono anch’io!
AP: Sei stato anche il Magister al Comicon di quest’anno, ma, visto che abbiamo la Mostra qui a due passi, qual è invece il tuo rapporto con i festival del cinema?
LO: Per il momento è abbastanza rarefatto, anche perché questa è la seconda volta che vengo al Festival del Cinema di Venezia. La prima è stata nel 2003, per cui non ero neanche ospite: ero ospite per il Leone di Plastica, pensa, una specie di festival parallelo che aveva realizzato questa persona che conoscevo, ed ero ospite insieme a Gianni Fantoni. Però intanto c’eravamo fatti un giro anche qua in zona: eravamo andati all’Excelsior, c’era Paolo Villaggio che intervistava, c’era Takeshi Kitano, che io non ho riconosciuto sul momento, che aveva i capelli bianchi perché probabilmente stava presentando Zatoichi; e poi, vabbè, abbiamo visto diverse persone famose, è stato divertentissimo. Quest’anno ho girato purtroppo già meno: ho visto soltanto Luca Marinelli che scappava con un cappellino, ma non di più, per ora nessuno di più.
AP: Con Rat-Man hai realizzato numerose parodie dove hai rielaborato con il tuo stile varie opere cinematografiche, fumettistiche e non solo. Come hai maturato questa sensibilità parodistica?
LO: Si parte sempre dall’inizio. L’inizio sono io da bambino, da ragazzino, che guardo i telefilm, guardo i film e, intanto che vedo i film, faccio delle battute terrificanti durante la proiezione dei film. Mi ricordo ancora che alle elementari ci facevano vedere dei film nella sala del cinema che c’era nella scuola e io rompevo proprio i maroni ai miei amici davanti, continuando a commentare come la Gialappa quello che succedeva nei film. Da lì nasceva già l’idea di fare delle battute legate alla storia che tu stavi guardando; questa cosa poi si è trasformata nel “voglio fare anch’io quel film lì, però a modo mio, con i miei personaggi, con le mie cose”. E nel corso del tempo, ovviamente, è migliorata, grazie a Dio, perché sennò non saremmo qua a fare questa intervista. Ed è diventato comunque un gesto d’amore, nel senso: non è una parodia per prendere in giro, ma una parodia nel senso dell’ammirazione per il prodotto originale. Cioè, se la cosa mi piace, allora mi scatta veramente dentro la cosa da dire: “Bello, mi sarebbe piaciuto farla anche a me, però sai cosa faccio? Uso gli stessi elementi e racconto magari una storia che può essere anche diversa rispetto a quella che è stata raccontata”. E questo, ogni tanto, mi diletto con questa cosa qua; però, ovviamente, scrivo anche storie, scrivo e disegno storie anche mie, ovviamente.
La copertina di Rat-Man #100
Una tavola di Tapum
