Viaggio nel Montana del Nord con Minervini
Oggi entriamo in un territorio che, siamo onesti, è il re incontrastato dei nostri rinvii: il cinema del reale. Quando si pronuncia questa formula, scatta subito una serie di cliché automatici nel nostro cervello. Pensiamo a inquadrature fisse di venti minuti su un albero che si muove nel vento, silenzi tombali, assenza totale di trama e quella tipica pesantezza intellettuale che ti fa dire: “Bello, importantissimo, ma stasera guardo Fast & Furious”. Abbiamo questa strana idea che il documentario o il cinema d'osservazione presuppongano un’attitudine mentale per pochi eletti.
Poi, però, arriva quel momento in cui il dovere ti chiama. E costretta a premere play ti ritrovi risucchiata in pochi minuti nella terra selvaggia del Montana del Nord, senza che tu possa volerlo. E resti lì, ipnotizzata, a seguire i silenzi: la neve che si deposita e gli sguardi dei protagonisti asciutti, di una potenza devastante che ritrovi solo nei migliori dialoghi di Hemingway
Siamo nel 1862, infuria la Guerra di secessione americana, i territori dell’attuale Montana non sono ancora uno Stato autonomo ma una porzione marginale del Territorio del Dakota, uno spazio di frontiera dove la presenza federale è lontana, fragile e il nemico non è sempre chiaramente identificabile. Qui la guerra non assume la forma delle grandi battaglie tra Nord e Sud, ma si manifesta in scontri minori, poco documentati, conflitti laterali che coinvolgono milizie, cercatori d’oro, popolazioni native. Si tratta di una guerra periferica, marginale per la Storia, quasi sospesa, che si consuma nell’attesa e nell’incertezza. Affiora il bisogno di un’esigenza simbolica specifica: affidarsi a un principio superiore garante di senso in un contesto dove lo Stato è lontano e l’ordine instabile. É in questo periodo che compare sulle monete la formula “In God We Trust”: il memento mori di una nazione in crisi e di un’identità collettiva che va ridefinendosi.
Questa è la genealogia del film I dannati (2024), diretto da Roberto Minervini, che nasce come coproduzione tra Italia, Stati Uniti e Belgio, sostenuta da Okta Film, Pulpa Film, Michigan Films e Rai Cinema. Girato in lingua inglese nel Montana, viene presentato in anteprima mondiale il 16 maggio 2024 nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2024, dove Minervini ha ottenuto il premio per la migliore regia. Verrà poi distribuito nelle sale italiane da Lucky Red.


Non è la prima volta che Minervini racconta l’impatto di eventi politici reali, anche quando non li mette in scena in forma esplicitamente storica. Se nelle opere precedenti,The Other Side (2015), Stop the Pounding Heart (2013) e What You Gonna Do When the World’s on Fire? (2018), questa tensione si inscriveva nel presente documentario, qui passa attraverso la Storia, scegliendo di confrontarsi con l’evento politico fondativo per eccellenza: la guerra civile. Guardando al 1862, Minervini porta un’intenzione dichiarata: porre l’America contemporanea davanti a uno specchio, rivelandone sicuramente le contraddizioni ma soprattutto una traiettoria politica che attraversa tutta la sua filmografia e che influenza l’intimità dell’atto creativo. In quanto residente negli States e cittadino americano d’adozione, Minervini, indaga spesso arrovellandosi su un tema ricorrente: l’America è una nazione che nei momenti di incertezza radicale, tende a sacralizzare la propria identità e contemporaneamente a rafforzare i dispositivi di controllo.
Ne I dannati questo tema viene ancora una volta sviscerato attraverso la dialettica tra i personaggi, che si interrogano sul conflitto, dalla sua attesa fino ai suoi residui. Nelle conversazioni, nei silenzi, nelle confessioni improvvise affiora l’urgenza di riflettere sulla sacralità della guerra: il bisogno di attribuire un ordine superiore alla violenza, un senso capace di radicare e giustificare le paure.
La scelta di collocare la vicenda in una condizione liminale, dominata dalla terra selvaggia del Montana del Nord ancora inesplorata, in cui la presenza della natura sembra anteporre se stessa a quella delle armi, trasforma la guerra da evento in contesto; spazio fertile per una ricerca profondamente personale di giustificazione, destino e redenzione. La narrazione lo dichiara fin da subito: la battaglia, in I dannati, non è uno spettacolo corale con gli elementi pirotecnici tipici di un western ma un mosaico di scene individuali. Qui le traiettorie emotive dei singoli personaggi sono definite dalla predisposizione di persone reali (gli attori), ad offrire parti della propria esperienza per una possibile manipolazione della messa in scena. E Minervini abile maestro dell'invenzione del reale, incasellando in successione i singoli frammenti, mette in crisi l’intero genere del film. Dopo averlo visto, è chiaro che il film non è pienamente finzione, ma neanche semplicemente documentario.
L’elemento che più tra tutti conserva la forte carica documentaristica è l’ambiente che si impone in maniera cruenta fin dalla scena iniziale quasi a scandire un ritmo proprio, distinto da quello dei personaggi, dando l’impressione di due vite che si sovrappongono. Minervini ce lo ricorda costantemente durante tutto il film, e la scelta è al tempo stesso premessa per lo spettatore: stiamo raccontando qualcosa, ma all’interno di un contesto più ampio, che sfugge al sistema di riferimento dei personaggi. Così facendo si annulla qualsiasi gerarchia narrativa: non esiste privilegio della storia sulla vita del singolo soldato, né della singola esperienza rispetto al contesto. Tutti gli elementi coesistono in maniera caotica.
Dopo aver visto il film e percepito l’incoerenza tra i moti drammatici dei singoli e la spietatezza della natura, ci sembrerà naturale chiederci se non si tratti, in fondo, della prospettiva personalissima che Minervini sviluppa di fronte a un problema che è insieme geopolitico ed esistenziale. I dannati, oltre ad essere un titolo assolutamente western, può allora suggerire una postura ontologica: vivere in questa tensione significa essere “condannati”, accettare la sospensione nel dubbio, per cui ogni tentativo di legittimare la propria inquietudine sarebbe comunque del tutto vano.


frame del film 2001: Odissea nello spazio
frame del film
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