Volare oltre il nido

Lara Volpato

6/20/20265 min read

“Three geese in a flock, one flew East, one flew West, one flew over the cuckoo’s nest”. Tradotto: “Tre oche in uno stormo, una volò ad est, una volò ad ovest, una volò sul nido del cuculo”.

Si tratta di una nenia popolare a cui si ispira e ricorre lo scrittore statunitense Ken Kesey nel suo romanzo Qualcuno volò sul nido del cuculo (1962), adottando, secondo un'usanza del gergo statunitense, l’immagine del cuckoo’s nest per riferirsi al manicomio.

Concretamente il nido del cuculo è un luogo assente, in quanto non viene costruito dal volatile che, al contrario, depone le proprie uova nei nidi degli altri uccelli.

L’immagine restituita dal testo di Kesey del nido-manicomio rimanda ad una dimensione limbica, atemporale e aspaziale, al cui interno gli individui “sostano” per buona parte della loro vita in uno stato di passività sotto l’attento controllo di un potere superiore.

L’esperienza letteraria dello scrittore vede una trasposizione cinematografica di estrema potenza nell’omonimo film del regista di origine ceca, Milos Forman, che nel 1975 con la presente opera conquista la cinquina più significativa degli Oscar.

Qualcuno volò sul nido del cuculo, regia di Forman, dopo cinquant’anni dalla sua prima uscita, ha visto un ritorno in sala ad inizio anno, dimostrandosi capace di tornare a parlare agli spettatori in qualsiasi frangente storico e culturale.

L’ambientazione è un manicomio dello stato di Salem potenzialmente rappresentativo delle cliniche psichiatriche americane di quegli anni, un microcosmo governato da un’atmosfera placida e attentamente regolamentata.

Da un primo approccio il film tratta la follia, il disagio mentale e l’incapacità di gestirlo da parte delle strutture psichiatriche del tempo. Tuttavia il regista oltrepassa tale indagine tematica per interrogarsi sulla libertà e sulla possibilità da parte dell’individuo di ottenerla e preservarla, opponendosi alle logiche di condizionamento esercitate da un sistema autoritario.


La regia di Forman costruisce abilmente, entro lo spazio soffocante della struttura, la monotonia straniata dei pazienti, tra stati di totale alienazione e scatti emotivi inaspettati, ma tempestivamente sedati dal personale della clinica, pronto a governare rigidamente sia il corpo dei “malati”, che la loro identità.

Il personaggio imperturbabile di Miss. Ratched, interpretata da Louise Fletcher, infermiera dal sorriso cordiale e sguardo gelido, incarna il potere inflessibile che vigila e addomestica. Esemplificativo è il suo ruolo nei momenti di “terapia di gruppo”, basata sull’umiliazione come deterrente: l’infermiera si rivolge a tutti i pazienti radunati, invitando ogni membro al confronto, lo coinvolge emotivamente e lo spinge a valutare il rischio che ogni atto può comportare. Le singole fragilità vengono stimolate ad emergere, ma invece di essere protette e comprese sono strumentalizzate ai fini del controllo.

Si attiva pertanto un meccanismo di subdola gestione degli individui ricoverati nella clinica, fondato sull’illusione di sicurezza e cura trasmessa dall’ambiente: i pazienti subiscono una dinamica di rieducazione volta a “raddrizzare” le loro “storture” comportamentali e caratteriali, mirante di fatto a frantumare la loro soggettività.

ll dato forse più inquietante del film è il ricovero volontario da parte di alcuni personaggi, uomini privi di una specifica diagnosi, ma arbitrariamente sottoposti al programma di cura della clinica; potrebbero lasciare la struttura in qualsiasi istante, ma scelgono di non farlo.

Il manicomio non si configura dunque soltanto come una prigione imposta dall'esterno, bensì come un luogo scelto dall’individuo spinto dai dogmi sociali a trovare in parte rifugio, in parte un rassicurante percorso di omologazione.

Nel film è l’irruzione di una figura provocatrice e destabilizzante a mettere in luce le logiche di tale meccanismo e a dimostrare dunque cosa possa accadere quando qualcuno, catapultato in una dimensione asfittica, alienata e rigidamente regolamentata, irrompe come una mina impazzita sgretolando i limiti imposti.

Randle Patrick McMurphy, chiamato Mc, un Jack Nicholson impossibile da dimenticare in queste vesti, è un internato già condannato in carcere ai lavori forzati, ricoverato nella struttura per un periodo di osservazione, funzionale a stabilire se soffra o meno di disturbi mentali.

McMurphy non subentra come personaggio eroico e virtuoso, è sovversivo, violento, e in netto contrasto con l’atmosfera fredda e regolata della struttura, ma proprio per questo dà prova di essere vivo.

Prorompe con una forza vitale in grado di ridestare gli altri personaggi da un torpore collettivo, instaura con loro legami autentici, offrendo allo spettatore una nuova postura da cui osservarli, uno sguardo semplicemente umano.

Quelle soggettività, represse dalla realtà del manicomio, riemergono ciascuna con un proprio retroterra e le proprie peculiarità.

Nel nido-manicomio, dove chi viene socialmente e convenzionalmente ritenuto folle è stato deposto o indotto ad introdurvisi, approda un elemento esterno. Subentra un individuo che non rientra nei cardini sociali e che, come genera caos nel mondo al di fuori della clinica, all’interno di essa disintegra il regime sorvegliato da Miss. Ratched.

McMurphy confonde i confini tra norma e devianza, tra follia e normalità, tra mondo esterno e mondo interno alla struttura: “Voi credete di essere pazzi. Non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per strada”, afferma, rivolgendosi ai compagni durante una terapia di gruppo.

Lo scontro fra trasgressore e forza ordinatrice vedrebbe apparentemente la seconda avere la meglio sul primo.

Giudicato dal personale psichiatrico non tanto folle quanto “pericoloso”, Mc diventa un problema da risolvere, attraverso un’operazione atroce, la lobotomia.

McMurphy viene sottoposto ad un intervento chirurgico al cervello che ne annulla qualsiasi capacità cognitiva e reattiva, dimostrando la paradossalità delle soluzioni impiegate contro i pazienti, che dall’elettroshock alla lobotomia, chiaramente non curano, ma tolgono vita agli individui.

Sebbene il protagonista non riesca a fuggire dal manicomio, non conclude la sua parabola con una sconfitta, poiché semina tra i ricoverati schiacciati dal principio di normalità il desiderio e la speranza di svincolarsi dal potere assoggettante di tale norma.

Il limite ultimo, quello delle sbarre della clinica, non viene oltrepassato da McMurphy, a varcare l’ultima soglia e quindi a fuggire sarà un’altra figura portante del film, un paziente nativo americano, Capo Bromden, identificato come “Grande Capo”.

Creduto sordomuto dal personale psichiatrico e dagli altri compagni, quando l’irruzione di McMurphy apre la possibilità di un'opposizione, interrompe il mutismo e recupera non solo la parola ma anche il controllo della propria forza fisica.

Sulle note del brano di chiusura del film che suggeriscono inquietudine ed euforia allo stesso tempo, ad opera di Jack Nitzsche, Grande Capo, dopo aver liberato da un’esistenza disumana l’amico Mc, ridotto in stato vegetativo, soffocandolo con un cuscino, rompe le sbarre, esce e permette la fuga agli altri compagni.

In Qualcuno volò sul nido del cuculo, la clinica di Forman è uno specchio scomodo di un mondo che marginalizza, reprime il disagio e normalizza un ordine soltanto apparente; è il luogo in cui si manifesta la tensione tra libertà individuale e controllo esterno.

Si tratta di un’opera destabilizzante tanto per lo spettatore degli anni Settanta quanto per il pubblico odierno, poiché problematizza il concetto stesso di normalità, invitando a interrogarsi sui suoi confini e su quanto essa sia il risultato di una scelta o, piuttosto, di un processo di adattamento.

Il film solleva così una questione che ci riguarda: se sia davvero possibile, nella nostra società, “volare fuori dal nido”, a patto di riuscire ad individuare dove e quale esso sia.

Proprio perché scomodo, Qualcuno volò sul nido del cuculo è un film necessario, che non “ha mai finito di dire quel che ha da dire”.

Testata della locandida di Qualcuno volò sul nido del cuculo(1975)

Un frame del film

Un frame del film