Would You Still Love Me If I Was A Vacuum Cleaner?
È vero, quando si tratta di discutere di opere artistiche e culturali, l’auspicio è di farlo sempre in maniera critica, argomentando le proprie opinioni e andando oltre le prime impressioni. È anche vero, però, che ci sono film che ti fanno uscire dalla sala con un unico, forse riduttivo, pensiero in testa: “Che strano!”. Al Transilvania International Film Festival (TIFF), una reazione di questo tipo non è affatto rara, anzi, è benvenuta: nato nel 2002 a Cluj, in Romania, il TIFF si è fin da subito posto l’obiettivo di presentare una nicchia di opere in grado di provocare e quasi confondere il pubblico.
Arrivato al suo 25esimo anniversario, il Festival propone un catalogo in continua espansione per generi e per provenienza, senza perdere di vista lo spirito fondativo. Questa operazione trova una sintesi efficace nella scelta della pellicola A Useful Ghost, debutto alla regia del thailandese Ratchapoom Boonbunchachoke. Proiettato per la prima volta nel 2025 nel contesto della Semaine de la Critique del Festival di Cannes, dove è stato anche insignito del Grand Prix, questo film ha successivamente toccato le sale di numerosi concorsi internazionali prima di approdare a Cluj il giugno scorso, selezionato all’interno della competizione ufficiale del TIFF.
A Useful Ghost è un film singolare, che si muove sul confine tra realtà e fantasia e chiede allo spettatore stesso di colmare gli spazi tra questi mondi, districando un gomitolo di allegorie più o meno esplicite. La premessa su cui si sviluppa la trama non è complessa, per quanto surreale: una donna, Nat, morta per la troppa esposizione a polveri inquinanti, non si rassegna a scomparire, e il suo fantasma si manifesta nel mondo dei vivi nei panni di un aspirapolvere. Obiettivo del suo ritorno è riunirsi al marito March, che subito la riconosce nonostante l’aspetto, in virtù del profondo sentimento di amore e devozione che li lega.
Il primo tema di interesse è proprio la lettura di questo rapporto. Il ricongiungimento degli sposi desta grande preoccupazione nella famiglia, che definisce innaturale tale unione e tenta di ostacolarla in ogni modo. La messa in scena della relazione tra un’anima viva e un’anima morta, tra una persona e un elettrodomestico, si presta bene ad essere guardata attraverso il filtro della teoria queer – di fatto, si parla di un amore non convenzionale tra corpi considerati non conformi; questa prospettiva è confermata dalla presenza di altri personaggi appartenenti alla comunità LGBTQ+ come anche, in generale, a gruppi sociali diversi. Si inseriscono qui coerentemente le reazioni dei “parenti serpenti”, sorpresi e ostili, che invocano la difesa di principi morali e religiosi e sottopongono March a procedure pseudoscientifiche per cancellare il ricordo della moglie; e di Nat stessa, che vuole a tutti i costi essere accettata nel mondo dei vivi, anche se questo comporta voltare le spalle alla propria natura di fantasma rinnegando ogni forma di solidarietà con i suoi simili.


Curiosamente, il turbamento che segue il ritorno di Nat non sembra essere in alcun modo dovuto alla sua essenza non-viva; anzi, l’esistenza dei fantasmi viene come data per scontata. Fonte di disturbo sono invece le conseguenze che questo può avere nella quotidianità dei vivi: quella della madre di March non è paura per il figlio, ma vergogna e fastidio nel vederlo scambiare effusioni con un aspirapolvere. Non solo, la presenza degli spiriti è un ostacolo contro l’urgenza concreta di portare avanti le proprie mansioni: persino il fantasma di un operaio morto sul lavoro, che si aggira per la fabbrica di famiglia, non genera alcun momento di riflessione e autoanalisi ma solo frustrazione. Con ironia e amarezza, Boonbunchachoke contestualizza la vicenda in un mondo governato dal capitalismo industriale, dove le relazioni tra i personaggi sono costantemente mediate dalla corsa sfrenata al profitto e le persone assumono valore a seconda dell’utilità economica che sono in grado di creare. Così, anche la tensione tra Nat e la famiglia assume caratteri produttivi e viene risolta nel momento in cui lei rivela le proprie potenzialità di “fantasma utile”, allontanando dalla fabbrica lo spirito dell’operaio e permettendo il ripristino dei regolari ritmi di lavoro. Raggiungendo un nuovo grado di riconoscimento, Nat riprende possesso, almeno in apparenza, del suo corpo umano, avvicinandosi ulteriormente al mondo dei vivi e riportando la sua relazione entro schemi convenzionali.




Se la vicenda personale di Nat diventa pretesto per una riflessione più ampia sulla nostra società contemporanea, in breve tempo questo parallelismo lascia il piano metaforico per farsi trama concreta. Le circostanze di vita privata dei personaggi si intrecciano con una dimensione evidentemente politica ed è la vera Storia thailandese a farsi strada tra le crepe della finzione narrativa, attraverso la menzione diretta di colpi di stato e stragi popolari realmente accadute. Improvvisamente, anche i bassorilievi che appaiono nelle scene iniziali, ispirati al Monumento alla Democrazia di Bangkok, assumono un significato più chiaro: lo sgretolarsi delle sculture non è altro che specchio del decadimento delle libertà di un popolo. Eppure, come fuori dallo schermo, nessuno assume mai su di sé la responsabilità degli eventi né tenta di fare pace con il passato; al contrario, entrano in scena funzionari di governo impazienti di usare il “fantasma utile” per sbarazzarsi di altri “fantasmi scomodi” e dormire sonni tranquilli.
Gli spiriti da cacciare appartengono a rivoluzionari e dissidenti politici, e il compito di Nat è rimuoverli dai ricordi dei vivi. Il tentativo di revisionismo e censura porta definitivamente alla luce uno dei temi portanti della pellicola, quello della memoria. Fin dall’inizio, è evidente che la sopravvivenza dei fantasmi sia condizionale al ricordo che i vivi conservano di loro; prima ancora di assumere un significato politico, la memoria ha un valore sentimentale: come il ritorno di Nat è mosso dall’amore che la unisce a March, anche per gli altri fantasmi è possibile grazie al ricordo che i cari conservano di loro. Ricordare non è un’azione passiva, e può addirittura diventare una pratica quotidiana attraverso cui gli esempi del passato danno forma al pensiero del presente. Se mantenere il controllo sulla narrazione degli eventi significa esercitare il proprio potere, dunque, è proprio qui che si inserisce il conflitto con un governo censorio, che vigila strettamente sulle libertà di opinione ed espressione e interviene modificando o cancellando i ricordi dei propri cittadini. Attraverso l'espediente della racconto, tuttavia, la pellicola propone un finale alternativo: che sia per forma orale o scritta, la trasmissione di storie in direzione “ostinata e contraria” rispetto al potere costituito ha la forza di mantenere in vita i fantasmi, diventando una vera e propria forma di resistenza.


Il cinema di A Useful Ghost è certamente sperimentale: la commistione di generi e temi, dalla commedia all’horror, dal fantascientifico al politico, permette al regista di attingere da eredità filmiche di vario tipo, producendo a sua volta altrettanti stimoli. La trama stessa si sviluppa su differenti piani narrativi che poi convergono nello scioglimento finale; come in una matrioska, un primo racconto ne genera un secondo, mentre su entrambi non cessa di incombere e agire anche la presenza esterna della Storia.
Allo stesso tempo, e quasi in contrasto, lo stile risulta metodico, controllato; visivamente, l'equilibrio tra campi lunghi e dettagli geometrici comunica un senso di ordine anche nelle scene più dinamiche. Anche la recitazione, volutamente artificiosa, contribuisce alla definizione di un universo irreale ma coerente con sé stesso. Rimane così una sensazione di distanza dal racconto, che in più momenti fatica a creare un rapporto di empatia tra i personaggi e il pubblico, senza tuttavia respingerlo.
Il messaggio ultimo del film, infatti, non richiede un particolare coinvolgimento emotivo: anche senza una connessione empatica con gli spettatori, la pellicola è in grado di raccontare efficacemente una storia e di suscitare curiosità verso i suoi sviluppi, mantenendo una dimensione innegabile di originalità e, lasciatemelo dire, di stranezza!
