Joie de Vivre: Bertolucci secondo Guadagnino

Marco D’Agostino

10/3/20264 min read

“Non si può vivere senza Rossellini” esclamava qualcuno a gran voce in Prima della Rivoluzione, secondo lungometraggio di Bernardo Bertolucci.

Volendo tentare un parallelismo si potrebbe dire che Luca Guadagnino col suo Joie de Vivre, presentato fuori concorso a Venezia 83, ci sta dicendo che “Non si può vivere senza Bertolucci”.

Guadagnino in fondo, si sa, è un grande studioso e amante del corpus bertolucciano, varie suggestioni che animavano il regista emiliano (ad esempio la particolare sospensione che sta fra l’eros e il thanatos) rivivono nel cinema di Guadagnino, certo non si pensi che la sua filmografia si limiti ad una mera riproposizione di quanto fatto da Bertolucci: in Guadagnino ci sono le pressioni del presente con le sue contraddizioni, c’è la culture war contemporanea, c’è molta riflessione sulle forme pop e c’è, soprattutto, l’utilizzo dei tropoi estetici del cinema di genere.

Obiettivo dichiarato di Joie de Vivre, documentario monstre della durata complessiva di sette ore (mostrate a Venezia in due parti), non è ripercorrere in senso puramente biografico e cronologico la vita e le opere di Bertolucci, da quel punto di vista il materiale è già tantissimo.

Il “documentario” di Guadagnino (già definirlo così è limitante, avendolo visto interamente) esplora il senso del cinema e delle sue ossessioni, ritorna sui dettagli bertolucciani mettendoli in risalto: il modo in cui Bertolucci filmava le mani, le luci, i corpi, le particolari acrobazie della macchina da presa che si richiamano fra loro in una danza vorticosa iniziata negli anni ’60 e terminata nel 2012 col testamentario Io e te.

Guadagnino intesse un filo rosso che mostra le stesse ossessioni, le stesse tensioni, lo stesso modo di guardare la vita e le cose in una filmografia lunga più di cinquant’anni.

Lungo eco è dedicato a Ultimo Tango a Parigi, alla critica e alla cinefilia con le sue evoluzioni (o involuzioni?).

C’è La Luna, sterminato capolavoro che mostra un sofferto rapporto fra una madre e il figlio adolescente vittima di una dipendenza da eroina, quel film fu uno scandalo anche per il modo decisamente fisico di mostrare questo rapporto materno così complesso: Guadagnino discute della capacità di Bertolucci di sfidare i tabù, mostrare l’impensabile e farcene percepire la bellezza, distruggendo le contraddizioni che limitano la nostra mente – un modo di fare cinema così fuori schema e così anti-conciliatorio che risulta oggi impensabile, immersi come siamo nel conformismo estetico (ma per fortuna ci sono ancora registi, come Guadagnino stesso, che scelgono la strada meno battuta).

Lunga riflessione è dedicata alla più grande apparente contraddizione del cinema bertolucciano: dagli infiniti spazi desertici de Il tè nel deserto, le impressionanti distese emiliane di Novecento e le sterminate piazze cinesi de L’Ultimo imperatore è impossibile non notare come tutto si faccia progressivamente più piccolo, terminando infine in uno scantinato, quello di Io e te, che comunque per il portato emozionale che ha con sé sembra mostrare il cielo in una stanza.


Perché questa riduzione? Come mai Bertolucci confina il suo cinema in spazi progressivamente più piccoli? La risposta sta nella malattia, nel suo essere fisicamente limitato su una sedia a rotelle che ne impedisce la circolazione più ampia.Lo sguardo di Bernardo muta ma non muta la sua voglia di esplorare i sentimenti complessi, anche in un mondo che cambia e diventa progressivamente così intriso di solitudine e rabbia (e qui ci avviciniamo decisamente al mondo contemporaneo tanto finemente raccontato da Guadagnino).

Bernardo si rinchiude in uno scantinato e racconta una storia bellissima in Io e Te, film non fra i più ricordati ma che rappresenta un pezzo essenziale del corpus bertolucciano e a cui Guadagnino riserva ampio spazio e risalto, mostrando ancora le immagine del ballo di Tea Falco e del protagonista Jacopo Olmo Antimori sulle note di Ragazzo solo, ragazza sola cantata da David Bowie (cover in italiano della sua Space Oddity).

Sintomatico di questo spostamento dal grande spazio al piccolo può essere considerato anche The Echo Chamber, ambientato in un unico appartamento, sceneggiatura scritta da un Bertolucci ormai anziano e portata a schermo solo recentemente da Andrea Pallaoro (il film è stato presentato proprio a quest’ultima mostra di Venezia, qui la recensione).

Al netto di Bertolucci, Joie de Vivre è comunque principalmente un film di Guadagnino e su Guadagnino, in cui il regista riflette sulle sue sensazioni e sul suo modo di intendere il cinema (un’operazione simile a quanto fatto con Suspiria, che Guadagnino descrisse come “non un remake del film di Argento ma un film sulle sensazioni che ho provato guardando il film di Argento”.)


Tante le facce famose che passano davanti alla camera di Guadagnino: da Scorsese a Cuaron, fino a Cronemberg e James Gray, tutti spendono grandi parole su Bernardo e ci affascinano con illuminanti riflessioni sul cinema e la sua complessa natura mistica.Memorabile la riflessione di Scorsese: c’è un’immagine e poi un’altra immagine. In questo scarto fra due immagini la nostra mente crea una terza immagine che è una sintesi dell’una e dell’altra immagine, il cinema è questa terza immagine.

Joie de Vivre è proprio questo: un lungo ed enorme excursus sul cinema e la sua natura magica, così aliena e a noi inafferabile, un infinito tentativo di arrivare a capire perché Bertolucci e le sue immagini ci stregano e ci ammaliano, contaminandoci con la loro virulenta passione. È perché contengono la gioia del cinema, è perché contengono la gioia di vivere.